Lo spirito carnevalesco a Manfredonia
Pubblicato il 26 Gennaio, 2006 in CulturaTra le tante definizioni del Carnevale la più valida ci pare quella del Bronzini:“…Carnem Levare, momento in cui s’inizia l’astensione dalla carne”
Il principio a cui si ispira il Carnevale, invece, dovrebbe rispondere “al bisogno naturale, nella psicologia dei popoli, di rinnovarsi periodicamente, mediante l’espulsione del male accumulatosi durante il ciclo che si conchiude, e la propiziazione, secondo le varie concezioni e pratiche magico-religiose della nuova fase che si apre”.
Il Carnevale, in definitiva è il passaggio dalla stagione invernale a quella primaverile.
Così che “Il Carnevale è, presso di noi, la più grande di tali feste di rinnovamento: in essa perciò, oltre ai saturnali e alle libertà di dicembre, son venuti a confluire riti agrari di purificazione e propiziazione, propri del mondo primitivo”.
Il Carnevale Sipontino ha in sè questa concettualità solo che assume una sua particolare caratteristica, del resto tipica di ciascuna collettività umana.
Il Carnevale è da noi una festa essenzialmente di popolo, esso lascia liberi dalle pastoie del convenzionalismo e del compromesso i sensi, gli istinti, gli orgogli e le paure ancestrali.
Nei giorni di Carnevale il sipontino ha modo di manifestare interamente il suo animo, mettendo a nudo la sua complessa personalità.
Egli non è più un “cristiano”, è un pagano, un feticista; il suo idolo è “ze PÃÃéppe” un fantoccio di paglia vestito alla “cafone”.
Il vino e le donne, i canti ed i balli, il riso ed il motteggio ne sono i coppieri.
Ma nulla sarebbe questo fantoccio, nessuna vitalità avrebbe l’ossatura del nostro Carnevale se in essa non vi scorresse la linfa vitale del “ballo per casa” e della “socia”.
Questo è il mondo del morituro “Ze PÃÃéppe”, questa è la sua alcova.
Il sipontino vi entra dentro dimentico della sua personalità. Tutti i compromessi tradizionali sui quali il suo alone di rispettabilità si è retto cadono; solo Carnevale esiste e nulla più.
La frenesia di vivere e di godere lo prende, la vita non aspetta, il tempo perde valore.
Chi è, dunque questo idolo? Chi è “ze PÃÃéppe”?
Esso è un cafone che, ammalatosi allo “sciale” di “pinture” (broncopolmonite), viene in paese e decide di vivere freneticamente gli ultimi giorni di vita.
La sera del sabato precedente la Quinquagesima il nostro popolo usa costruire, in somiglianza dell’idolo, un pupazzo di paglia e metterlo su di una sedia inchiodata al muro.
Esso starà li fino a martedi notte, quando verrà bruciato.
Ma che cosa succede durante i giorni di Carnevale? Perchè tanta frenesia?
La gente leggermente avvinazzata (pù mirr ngùrpe, akkiaranzÃÃéte), usava, e oggi in tono minore, raccontare in pubblica piazza i suoi guai , svergognando in tutti i modi chi li aveva cagionati.
Il timido prende, cosi, coraggio; il pavido non ha più paura.
Il tono pungente è tollerato,perchè è Carnevale e… “à CarnevÃÃéle ogni skèrze vÃÃéle!”
Lo sfogo diventa, cosi, uno scherzo e perde di valore, ma il gusto sottile ed inebriante che si prova è impagabile.
È il tempo “di pindute” (vendette): il povero, l’umile, il debole possono finalmente dire ciò che sentono nel loro animo martoriato dalla rabbia e dalla bile.
Il gusto della soddisfazione merita ì guai, i digiuni, gli affanni che si soffrono in questi giorni.
Essi non sfiorano il sipontino, egli neanche se ne avvede, chè è Carnevale e …
“a CarnevÃÃéle passene tutt’i mÃÃéle!”
A sant’ Antonio abate (“sand’Andùne”), il 17 gennaio, si apre ufficialmente l’avventura del nostro Carnevale. “A sand’Andune, masckere e sune!”
Dal 17 gennaio, e per ogni giovedì, fino a Carnevale si ha l”nterludio, il preamboIo, della grande avventura.
Il ritmo delle quattro-cinque manifestazioni al mese, di epoca romana (i baccanali) continua.
In questo interludio si attrezzano le “socie”, si fanno le prenotazioni e gli inviti, si prepara il tutto insomma…morti permettendo.
Di solito chi organizza è tipo avveduto, che sa tener deste la ilarità, le facezie ed il motteggio.
Nel tardo pomeriggio i giovani, accoppiati, scendono in piazza per “visitare” le altre socie e fare “U balle pe kèse”.
Questa è la nostra tipica avventura; per il suo tramite tutto può accadere, i sentimenti sono liberi di sfogarsi a loro piacimento.
Il correre gridando da “socia” a “socia”, Io stringersi le mani, l’appartarsi per un istante, lo scambiarsi di compagno, sono ricami di sensi;
In questa languida e frenetica melodia, in questo punto e contrappunto di note giovanili, esplode l’inno alla vita, alla gioia, all’amore.
Tutto si combina e si scombina: matrimoni, fidanzamenti, comparizi, amicizie.
Ma nulla di male, chè… “CarnevÃÃéle uàste e … aggiuste!”
In questa scherma lenta, crudele ed inebriante, in questa amara voluttà sta forse il simbolo della vita sipontina.
In questo fare e disfare l’ordine organizzato, in questa contraddizione al suo ambiente, fatto di falsi moralismi, vi è la sola, unica possibile rivolta intima.
Ma che cosa è ? Come si fa il “ballo per casa” ?
Il capo comitiva (“u kèpe socije” , “u kèpe pupe”, “u kèpe ndruje”), dopo aver predisposto gli accoppiamenti, in modo che tutti trovino la “combinazione” più opportuna, entra con il seguito in una “socia” ospite e dispone che le coppie ballino indisturbate.
Poi le donne vengono invitate dagli uomini della “socia”, indi gli uomini della comitiva restituiscono l’omaggio. In tutto tre balli.
Se il capo comitiva conosce il capo “socia”, dopo il primo ballo, togliendosi la maschera, chiede che il suo seguito ne venga dispensato, altrimenti la comitiva deve assoggettarsi alla consuetudine di togliersi la maschera, perchè è obbligatorio.
Questo rituale ha una sua specifica determinazione, esso serve ad eliminare qualsiasi inconveniente “diplomatico”, in quanto, ballando per ultimi gli uomini ospiti, questi potrebbero contraccambiare eventuali sgarberie ricevute dalle donne loro compagne.
Il togliersi la maschera, poi, è segno di democratica convivenza onde assicurare l’opportuna incolumità alle stesse donne sia dell’uno che dell’ altro schieramento.
Qualunque velleità viene fugata una volta che, tolta la maschera, si riconosce chi eventualmente la potrebbe covare.
A mezzanotte le “socie” chiudono l’ingresso ed allora inizia l’opera “du kèpe pupe” nel disporre a che tutti possano godere del baccanale; il suo compito è che la comitiva passi le notti di Carnevale nel più completo abbandono mentale, senza che la “rispettabilità” dei soci venga lesa.
Una volta, la mattina del mercoledì (le Ceneri), finito di ballare nella “socia” ci si recava a Siponto con le fisarmoniche; con le chitarre e i mandolini, e quì si villeggiava, cantando e ballando ancora; e poi si consumava il pasto all’ aperto.
Non tutti i bollori, però, finiscono con il martedì, perchè la domenica successiva, alla Pentolaccia (“a pignète”), le rivincite, le “pindute”, avranno ancora modo di manifestarsi.
Si romperà la “pignÃÃéte” (la pentola) e tutto ciò che è accaduto a Carnevale essa lo rigettarà sui suoi fedeli.
Nella misera constatazione della caducità delle cose umane il sipontino deve illudersi che tutto si ripeta.
Resteranno, così, la pentola svuotata,“ze Pèppe” bruciato ed abbandonato, i rancori e le delusioni, i soprusi fatti e patiti, i debiti contratti.
Solo le miserie umane, consumate inconsciamente, saranno dimenticate, chè l’uomo non ha avuto modo di accorgersene.
Prevarranno ancora i convenzionalismi, le prevenzioni, l’ omertà, tutto come prima, insomma.
Il Sipontino, in previsione forse, di tutto ciò, si abbrutisce, sfoga la sua ira impotente contro la “pignète”, contro la sua stessa vita, quasi a snudarla, per scoprire la ragione del suo essere.
Nulla troverà, solo coriandoli e stelle filanti, simboli di vanità e di nullità (“Carnevèle kjune de pagghje!”).
Allora egli sorriderà per non piangere e si rinchiuderà di nuovo nel suo guscio, nella sua pignatta, solo con il suo “io”.
Ma …nessun timore, del suo intimo travaglio mai alcuno saprà, chè : “I uÃÃéje della pignÃÃéte li sÃÃépe la kukkjÃÃére”.
testo : Archivio Storico Sipontino, Pasquale Ognissanti
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