Lezioni di dialetto - 6a puntata
Pubblicato il 23 Settembre, 2006 in Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa.
Mamùrce p’i ‘ndùrce - Orribili sgorbi e ghirigori tracciati sui loro quaderni o sulle pagine dei libri dai bambini inesperti quando hanno appena iniziato ad apprendere la scrittura.
Stùrce - Fare le bizze o le boccacce per evitare di dedicarsi a qualcosa di faticoso e spiacevole, o per non ingerire una medicina amara.
Sgarrazzé - Socchiudere la porta, la finestra o la serranda, in modo che entri poca luce e si resti in penombra e al fresco.
Alla veramènde, o alla bórje? - Domanda rivolta a qlcn per accertarsi se fa sul serio o per scherzo, per burla.
Uascèzze - Abbondanza di cibo a crepapelle. Mangiare incontrollati. Rimpinzarsi oltre misura, da fare schifo…
Mupacchiöne - Soggetto imprevedibile, un po’ squilibrato e anche testardo, fissato, che non sente ragioni. Agire ‘alla mupègne’ cioè prendere inprovvise decisioni cervellotiche, senza alcun consiglio, in maniera bizzarra e incontrollata
‘Ngiuré – Non significa ingiuriare, ma fare versacci o boccacce o imitare la parlata o la camminata di qlcn. Roba da bambini
Fessjé - Prendere in giro, burlare, raggirare benevolmente qualcuno.
Mufföne - Soggetto trasandato, sporco, puzzone. Al femminile fa Muffàrde.
A me sembra – per assonanza - che le parole terminanti in -arde siano di origine francese (clochard, canard, billard)
Jàcce e jöve - Significato letterale: sedano e uova….sembra una ricetta di cucina.
Si tratta invece di una minaccia: Se venghe allà, te fazze a jacce e jòve. Cioè ti riduco a mal partito, ti riempio di botte. La locuzione trae origine dalla narrazione del Vangelo, allorquando Pilato fece flagellare Gesù, e lo mostrò così malridotto alla folla dicendo: “Ecce homo”, (ecco l’uomo). A proposito: “l’acce” deriva dal latino apium.
Chi ce pòngeche jèsse före - Chi si punge andasse (o esce) fuori- ‘U rizze de cambàgne, pe’scappé da la volpe, ce feccàtte ind’a la téne de ’na lepre. Quanne ‘a lepre shkamàtte, ‘u rizze decette: “Cumbé, chi ce pòngeche, jèsse före!”.
Morale:attenti a quelli che ti chiedono un dito, ché facilmente ti prendono la mano con tutto il braccio.
Jattié = Bighellonare, gironzolare, girovagare alla ricerca di prede, come fa il gatto quando mira il topo. Addu jì’ ca jéte jattjànne? Si riferisce ai giovanotti che cercano di avvicinarsi alla ragazza che si è mirata, camminando “casualmente” e ripetutamente nei suoi paraggi. Non è detto che invece sia lui la preda mirata dalla donzella, che gli fa credere quello che vuole… Ma questa è storia vecchia quanto il mondo.
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Ai termini ed alle parole dell’ultima lezione potremmo aggiungere:
I ciamb de mosc – anche questi
possono essere considerati scarabocchi o meglio denotano una scrittura incomprensibile che poteva causare un brutto voto in materie che non esistono ormai più come ed esempio “la bella scrittura”.
Giargianose – è il corrispondente parlato della brutta grafia, ovvero che denota un modo di parlare incomprensibile e confuso.
Mi viene in mente l’episodio del padre di una mia compagna di scuola, rimandata in Italiano perché parlava giargianese, che si precipita dal Preside urlando: “Aoh, Pres’d, cumì ca jù so ‘talien, m’ggierm i ‘talien e a gnuagnona moje i stet bucc’ete in ‘talien?”
A grasc’ – è un sinonimo di abbondanza di cibo o di altro ed in genere è seguito da una brutta parola quando si vuole evidenziare che non sempre è bene avere più del necessario.
O murret’ – è il momento in cui un mupacchione ammupisce, ovvero si intestardisce e come un mulo pianta gli zoccoli nel terreno.
Trigghi’lone – letteralmente grande triglia, siamo nella stessa famiglia di soggetti-sagoma, questo è un fessacchiotto, buono ed ingenuo che tutti riescono a prendere in giro e a fessjè.
Muffàrde, Trozz’le, ‘ndesc, r’fald – sono sinonimi di donne sporche, trasandate e puzzolenti, ci sono sfumature che differenziano i termini ma sono conosciute dai cultori del dialetto.
Soggetti maschili negativi sono invece:
ribuscete – persona dissoluta, sciatta, trasandata e sregolata.
Cia’ciacc – debosciato, libertino e immorale. In genere è un uomo che si comporta male con le donne.
Stangachiazz – è un po’ meglio perché si tratta solo di uno scansafatiche, pigro e svogliato ovvero nu mazzangann.
Termini interessanti della cucina Sipontina potrebbero essere:
a legnasant – il caco, loto, comunemente noto come cachizzo. In passato, quando nelle case si mangiava carne una volta al mese, era il regalo di Natale per i bambini.
u purtiall – al mercatino, qualche signora che si atteggiava chiedeva al ragazzo “giovane mi dai mezzo chino di portogalli”, voleva solo delle arance.
I p’run a pappacul, i nesp’al a ciappone e i c’lombre – completano la spesa della massaia Sipontina.
Bravissimo Seppia! Che fai ora, vuoi rubarmi il mestiere? (Nooooo, sto scherzando!!)
Ben vengano altri come te ad arricchire il nostro vocabolario.
Guarda che Mambredonje non ha avuto peli sulla lingua quando, in una delle prime Lezioni di dialetto, ha scritto chiaramente: “…’a grascia putténe…” riferito ad una esclamazione dei genitori quando i figli fanno “i sturce” (gli schizzinosi) per mangiare una minestra non particolarmente gradita. Mia madre in questi casi mi diceva che la mangiatoja era bassa (” ‘a mangiatöre jì vàsce!”).
Il manfredoniano raccoglierà tutte queste voci e le catalogherà per bene….(speriamo)
buona settimana a tutti!
Uhm caro tonino…se mi dai una mano anche in questo te ne sono infinitamente grato…
troppo buono Tonino, troppo buono.
grazie per l’incoraggiamento e l’ospitalità, ma le tue lezioni sono senz’altro insuperabili.
ora serve solo dare organicità ai contributi per evitare dispersioni e ripetizioni.
saluti.
u varròn=bastone di ferro che serviva a serrare i portoni di legno delle case a pianoterra.di solito cen’erano 2,uno per ogni anta ed reano fissati al muro.
Tzzòn e carvòn ognùn ognùn ai chès lor:Quando il tizzone e il carbone venivano sistemati nella brace per riscaldare le dimore, ciascun ospite doveva fare ritorno alla propria dimora,di solito ciò avveniva di sera.
Rvatts:persona che non tiene mai le mani ferme,che tocca tutto ciò che vede col rischio di procurare danni. Es:”Stu uagnòn jì tropp rvatts ,addjì ca ton l’ucchie ton i mèn”.
Ratts:Uomo che corteggia spesso e con insistenza ,tutte le donne che gli si parano davanti.
N’glppèt=Indica la copertura di alcuni dolci tipici di Manfredonia.I scarièll e i tarall pu zòcchr sono dei dolci ricoperti di una glassa di zucchero bianco,sembrano quasi ricoperti di neve.Può significare anche infreddolito,intirizzito. Il termine deriva dal forte freddo che si percepisce quando si è ricoperti di neve.
Rzzchè i carn:Avere la pelle d’oca. Es:”Quand vòt a prggssiòn d’a Madonn d Spònd c rzzchejn i carn”.
Torc l’ucchje:Prendere un forte spavento.Quando si prende un forte spavento,specie durante l’infanzia,può capitare che le pupille si spostino verso l’interno creando il fenomeno degli occhi storti.Tale fenomeno di solito è temporaneo,ma nei neonati può essere irreversibile.Per tale motivo si sta molto attenti a non far spaventare i neonati.
Parauànn:Piccola ricompensa che di solito si prometteva ai bambini che si fossero comportati bene.
A fanòl:Pila di legni e frasche infuocata.Di solito a Manfredonia a S.Lucia si fa questa pila infuocata per commemorare ed onorare la santa.
A rstòcc:Indica cio che rimane della trebbiatura del grano.I contadini generalmente danno fuoco a questi resti perchè le loro ceneri concimano facilmente il terreno.
Frèvl,vlòzz,rasapìt,paparèll:I frevl che in italiano indicano le ferule sono delle piante che crescono dalle nostre parti. Quando seccavano ,il loro fusto leggero ,legnoso e resitente veniva largamente usato nella cotruzione di manici, sedie di vimini e piccoli sgabelli.Veniva usato anche per percuotere,perchè faceva male ma non rompeva le ossa. I vlozz sono delle piante con uno stelo lungo e con fiori bianchi con strisce viola.Indicano anche gli arti magri di alcuni bambini che sono appunto sottili come il fusto di queste piante.I rasapìt sono quei semi tondi con tanti piccoli uncini che restano attaccati ai lacci delle scarpe quando si passeggia nell’erba in estate.I paparell sono le ghiande.
JATTON è bello copiare a piene mani dal dizionario del dialetto di Giuseppe Antonio Gentile vero ??????????
Caro Francesco Gentile ti posso assicurare che non possiedo alcun dizionario di dialetto,e mi è difficile reperire tale dizionario,poichè non vivo a Manfredonia.Sono lusingato del fatto che si pensi addirittura che io scopiazzi da un’altra parte le parole dialettali.Sono,un ragazzo di 28 anni,da piccolo ho conodciuto 5 degli 8 bisnonni(tutti di Manfredonia),i miei nonni sono tutti vivi e appartengono sia alla categoria dei pescatori che dei contadini.Da piccolo giocavo sempre per strada e con ragazzi di tutti i ceti sociali e dei vari quartieri.Tutto quello che so lo so perchè sono un manfredoniano al 100%,non ho nonni di Monte,Mattinata,Macchia ecc..Tuttavia anch’io ho delle lacune che vorrei colmare grazie a questo splendido sito.Se hai qualche dubbio ti mando la genealogia della mia famiglia con soprannomi annessi.
Carissimi concittadini,c’è qualcuno di voi che mi sa dire come si dice borotalco in dialetto?Mia madre asserisce che si dica pom-cìprje,mio padre invece lo chiama pomb-cìprje,a causa del contenitore a pompetta usato per diffondere il borotalco.
Io direi che il termine bompi’ciprje potrebbe andare.
Il talco era contenuto in una scodellina di plastica rosa e un grazioso piumino servive ad aspergere la polvere bianca sotto le ascelle e fra i prosperosi seni delle donne di una volta.
Forse non si trattava di prodotti di qualità ma il profumo di quel talco è rimasto uno dei più bei ricordi dell’infanzia.
Bene jattòn continua così.
Debbo fare un elogio e un po’ di pubblicità gratuita alla Manetti & Roberts per il suo prodotto “Borotalco” usato dagli Italiani, sempre con lo stesso profumo e la stessa consistenza, da ciirca 100 anni!
Mia madre (classe 1904) lo custodiva in un piccolo cilindro di celluloide (non di plastica) color beige, con tanto di coperchio a tenuta (non a vite) col suo piumino all’interno, sopra lo strato di talco,formato da un solo fiocco di lana di agnello (non di materiale sintetico).
Si vendeva in buste di colore verde, come al giorno d’oggi, o in bombolette di latta a sezione ovale (non di plastica come quelle moderne) con tappo a vite e i fori per spargere il prodotto.
Verso il 1950 è entrato sul mercato un prodotto simile della Paglieri, che si chiamava “Felce Azzurra”, dal profumo gradevole, ma troppo intenso, che ha trovato i suoi estimatori.
Io ricordo che mia madre lo chiamava “Pòlve-ciprje”, credo
dalla consistenza del prodotto, e non nell’altro modo.
Può essere che mi sbagli?
Sentiamo gli altri!
sto cercando delle storie scritte in dialetto chi mi puo aiutare grazie
Salve, scusate il ritardo ma ho notato solo adesso il post di Jattòn, io credo che tua madre abbia ragione, perché io ho sentito sempre chiamarlo “a pùm cìprje” ma qualcuno diceva anche “a pòlve ciprie” e quindi tra pùm e polve è diventato poi a pomb.
Provate a ripetere i due nomi e vedrete cosa ne esce, buona notte.