Lezioni di dialetto - 7a puntata
Pubblicato il 11 Ottobre, 2006 in Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa.
‘Stracquatöre - Termine tipico della marineria locale. Indica, nella stagione invernale, l’apparire di una sola giornata di sereno dopo una serie di giornate di maltempo. Come per dire che la cattiva stagione si fosse stancata (stracquéte) di imperversare ed ha voluto regalato una giornata di tregua prima di riprendere le avversità. Approfittando delle condizioni meteorologiche favorevoli i pescatori cercavano di ‘rubare’ una giornata i lavoro con una rapida battuta di pesca. “Jògge jì stracquatöre, abbjàmece!”
Musìshke (o muscishke) - Carne di pecora seccata. Veniva preparata dai pastori abruzzesi in transumanza nel Tavoliere, allorquando una pecora moriva per soffocamento da erba secca, o si azzoppava, o per altre cause.
Essi ne mangiavano subito ciò che potevano. Non avendo altro modo di preservare la restante carne, la disossavano, la spezzettavano (e forse la salavano, non so bene), e la facevano seccare in modo da poterla conservare a lungo. La muscishke rappresentava una formidabile riserva di cibo in inverno. Quando la volevano usare, ne mettevano alcuni pezzi a bagno (proprio come si fa con il baccalà) per farla rinverdire, e poi la cuocevano regolarmente come se fosse carne fresca.
Scescelècchje – Sonagli, bubboli. Sferette metalliche cave, con fessura, contenenti una pallina di ferro. Quando si agitano i bubboli producono un suono tintinnante. Si adoperano per adornare collarini di gatti, finimenti per cavalli, o anche certi costumi carnevaleschi.
Carevógne – Foruncolo, pustola, grosso brufolo molto doloroso. Deriva da “carbonchio”, infezione che colpisce i bovini e talvolta anche l’uomo, caratterizzata da pustole emorragiche. Per guarirle bisogna attendere pazientemente la “maturazione” in modo da poterle ’spungeché’ e svuotarle del pus (’a matèrje).
Mia nonna per accelerare la maturazione del foruncolo lo ungeva con il grasso delle macchine. Ai nostri giorni – ammesso che compaia ancora ai divoratori di Nutella - con un paio di pasticche di antibiotico si fa presto a eliminare il fastidio!
Meccjüne - Usato nella locuzione “alla meccjüne” significa ‘di nascosto’. Deriva da ‘mmuccé, ammuccé = nascondere, coprire.
Pustjé, ‘mbusté – Pedinare qlcn. “Me so’mmisse au ‘mbùste e l’hagghje ‘ntuppéte!” (l’ho sorpreso in flagrante.
‘Mbriachèlle – Frutto molto dolce del corbezzolo, con polpa gialla e corteccia granulosa di color rosso vivo. Nasce spontaneo nei boschi, ed era venduto in autunno da quelli che portavano anche le castagne.
Mazzjatöne, Paliatöne, PandummÏne, Frechéte de mazzéte, Scàreche de taccaréte, Abbuttéte de fàcce, Stengenéte de cùste, (Menéte de Shkaffe, de Recchjéle, de Cazzuttüne…ecc.)
Sono termini molto più immediati ed efficaci dei corrispondenti in lingua! (busse, percosse, botte). Ne esci sempre molto malconcio, ma….. vuoi mettere?
Pagghjòsche – Pasticcio, imbroglio, indecisione, titubanza, tentennamento. “Stéche ‘mbrugghiéte: che pagghjòsche agghja pegghjé?”
33 Risposte a “Lezioni di dialetto - 7a puntata”
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Grande Tonino, grazie per l’ultima tornata di termini dialettali.
Vorrei aggiungere qualche contributo:
scescelècchje
oltre al significato riportato, la parola viene usata anche in senso figurato per indicare oggetti di scarso valore, chincaglieria, cianfrusaglie.
Mi risulta che il termine si possa usare anche per indicare una ragazza che si è ridotta pelle e ossa o per una dieta o purtroppo per una malattia.
(Madonn’ sta uagnona, ci fatt na scescelècchie!).
Alla sacredjùn
All’improvviso, di colpo, di sorpresa. In genere si tratta di un’azione inaspettata ma non involontaria compiuta da qualcuno.
‘mbustè
Se non sbaglio la parola dovrebbe essere: ‘mbustèt.
Con questo termine si vuole indicare di qualcuno che si trova in un luogo o in una situazione come se lo avesse fatto apposta.
Capita quando si ha fretta e si trova il seccatore di turno che ti ferma con argomenti inopportuni, allora pensi: eh stù c***, sto’ve proprie ‘mbustèt jogg.
Oltre alla sarabanda di botte a mani nude che Tonino ci ha ricordato, aggiungerei che si potevano prendere tante mazzate anche:
a bott’ di ratavill
era il sistema migliore che usavano le mamme per domare le piccole pesti della famiglia.
Il rataviello era la mazza per lavare a terra, non l’attuale morbido mocio vileda, ma un pesante spazzolone di legno che spesso produceva grossi bernoccoli.
a bott’ di chianill
Altro valido mezzo aereo che serviva per colpire, in genere alla schiena, le simpatiche canaglie in fuga. Il lancio dei chianill (ciabatte in genere pesanti e…precise) veniva preceduto da urla tipo: ca’ te vonn accid, ca’ te vonn sparè, stù boje, stù malaziunand e via cantando.
a bott’ di zucc’l
Questo è un sistema davvero sconsigliabile da usare in quanto è seguito in genere da una corsa in ospedale per mettere i punti a una testa spaccata.
grazie per il “divertissement” e saluti a tutti.
Tonino hai già citato ed illustrato il termine “piscindindì”?
Lascioa te la descrizione.
Grazie ancora per il notevole contributo linguistico.
Buona notte.
Caro Seppia,io ho sempre usato il termine “alla secrtn”,e l’ho usato spesso per indicare qualcuno che colpisce qualcun’altro a tradimento,cioè improvvisamente e di nascoto.E ai termini che indicano le percosse aggiungerei:”frechè l’ambìgn,mustaccèt d sang,frechèt u pìl,fè nu papìl”
Aggiungerei il nome di alcuni frutti e ortaggi che si pronunciano in modo molto diverso dall’italiano:”i clòmbr”=la prima fioritura dei fichi,detti anche fioroni.”i crsòmm”=albicocche.”i cìvz”=gelsi.”i fainèll”=carrube.”i legnasand”=i cachi.E che dire delle “pastunèc”=carote.”u vesncòl o vasncòl”=basilico.Ci tengo a precisare che qualche termine è già stato citato da altri concittadini.
Quante risate !!!! Sarebbe bello capire l’etimologia di certe parole dialettali ! Ad esempio da noi arance si dire ” purtiall ” da Portogallo terra dove si coltivano gli aranci mentre nella zona più meridionale della puglia si dicono ” marang ” da al-naraj che in arabo significa appunto arancia . In queste zone è stata molto influente l’aria araba che si respirava grazie ai mercanti che importavano ed esportavano col Medio Oriente o ad esempio in paesi dove sono arrivati gli Arabi a dominare come in Spagna tutt’ora arancia si dice naranja
Scusate se mi intrometto come i cavoli a merenda, ma la pronuncia esatta è “sbarroni” con la “b”, o “sparroni” con la “p”, per indicare il famoso pesce che in italiano si chiama invece…(Boh!?)
Io ho sentito tutte e due le pronunce.
Ciao e buona serata
caro Tonino come vedi la discussione si fa dotta.
Dopo il semplice significato si comincia a voler conoscere la corretta pronuncia o l’etimologia dei termini dialettali.
A questo punto quale Presidente della nascente Accademia del Vernacolo Sipontino non ti potrai esimere dal sistematizzare ed organizzare i contributi di questa bella ricerca delle nostre radici linguistiche e culturali.
In ordine sparso, cosi’ come mi vengono in mente.
U struculature: oggetto che si usava per lavare i panni.
U verrocole: La cavalletta
Bunazza morte: bonaccia, indica la calma piatta del mare. “Jogge je bunazza morte”.
I cecenille: Bianchetto. Piccoli di pesci
U canarùzze: L’esofago
I spezzille: Le tibie
U talefòne: il delfino
I ‘mmicùle: le lenticchie.
Buona giornata a tutti
…a proposito di “bott’ d’ chianill”… mia madre è un’esponente di rilievo in quest’attività: oggi non lo fa più (siamo tutti ulturatrentenni), ma quando eravamo piccoli, e proprio in vacanza a Manfredonia, ricordo un mitico “lancio” che ha colpito tre teste su quattro…
io lo dico sempre a mia figlia, di non fare arrabbiare la nonna….
babbo, ma sei a Manfredonia o sei già tornato a Matera?
Hai dimenticato di specificare che quel mitico lancio avvenne AL BUIO, tanto che pensammo di proporre al CONI una nuova disciplina olimpica, ti ricordi?
Chi se l’è scampata di noi quella volta?? Io il bernoccolo ce l’ho ancora. Forse è per questo che mi manca una rotella
A proposito: chissà se c’è un’espressione manfredoniana per “gli manca una rotella”? “Jì spustète” ha una sfumatura più negativa, vero?
In Germania dicono “ha una vite allentata”.
Calma e gesso!
:-)
Basta che mi assento due o tre gorni e qui va tutto in ebollizione!!!!!! (eh, eh, eh, mi piace!)
Procedo con ordine. Oggi rispondo a SEPPIA:
1-per forza una ragazza che non si nutre abbastanza è paragonata a una scescelècchje. Poveretta, non è in carne,bella soda, ma “vuota” proprio come quel sonaglio, cioè è “sbacandéte”. Anche le mandorle che, spaccate, non presentano frutto erano chiamate scesceleccje o munacèlle (monachina con la testa vuota…)
2-avevo scritto “‘mbusté”, all’infinito: è chiaro che se vuoi declinare il verbo, il participio passato si dice “‘mbustéte”, e per compiere l’azione di guardia o di controllo e pedinamento si dice di mettersi “au’mbùste” (in postazione)
3-Piscindindì = deriva dal francese “pendentif”. Era una gioiello a ciondolo, pendente. A volte combinati con lo stesso stile, si ordinava dal gioielliere le pendentif, le collier, e gli orecchini. Ma era roba da ricchi.
AVVISO IMPORTANTE!!
Tutte le vostre risposte, o proposte, o anche i vostri suggerimenti e quant’altro è stato o sarà pubblicato su questo blog NON SI DEVONO PERDERE O DIMENTICARE.
Per questo motivo vi invito caldamente a rispondere. Inviate un commento, anche anche se vi sembrano insignificanti o doppioni. Ci penserò io a sistemarli nel modo migliore!!!!
Prima o poi Luigi pubblicherà il tutto in formato Acrobat insieme ad una specie di grammatica-ortografia-fonetica che ho già completato. Forza ragazzi!
Tonino Racioppa
per Stefania:
l’ha scampata Enzo, perchè è stato più veloce di mamma.
Confermo, sono l’unico rimasto incolume dopo quel MITICO lancio…
Saluto tutti con affetto, mio padre mi parla sempre di questa allegra community, quale luogo di incontro e di arricchimento culturale e spirituale.
Ciao a tutti!
Enzo Racioppa
che forte questo rendez-vous familiare con tanto di aneddoti !
Tonino ti invio questo scioglilingua:
STOV SCHETT SOP NU SCHIF DI SCHIFF QUANN MI RIVET NU SCAFF.
E’ una sciocchezza ma forse ci sono termini non ancora illustrati.
saluti a tutti gli affezionati al NOSTRO dialetto.
Rispondo al Siciliano di Manfredonia.
Sbarroni (con la ‘b’) è un vezzo recente. Io da mio padre (che li prediligeva arrostiti alla brace)ho sentito pronunciare ssempre e solo “sparroni”, con la ‘p’.
Il termine deriva dall’italiano ‘Sparo’= genere di pesci Attinottèrigi (latino Sparus, greco Sparòs - fam degli Sparidi). Vocabolario della Lingua Italiana di Devoto-Oli.
Quando abitavo a Crotone, i Calabresi in dialetto li chiamavano proprio “spari” e li consideravano pesci di scarso pregio. Meglio per me che li compravo ad un prezzo vilissimo e me li gustavo preparati da mia moglie (sposina)
alla maniera sipontina.
Buonanotte a tutti
Tonino Racioppa
E la famosissima “c’jè miss a taggje d porte”…dove la mettiamo??
Aneddoto:ieri ero in facoltà qui a Bologna e la mia vicina continuava a chiedermi di ripeterle cose appena dette dal professore continuando a distrarmi…dopo una buona mezz’ora mi sono voltata e le ho detto “Ma che tin ind i recchj u ptrusin??”…inutile dire che anche se non ha capito le parole non mi ha piu interpellata(lei è di faenza poverina)…
Comunque sto tenendo delle lezioni,anche i miei coinquilini di Bolzano ormai comprendono l’idioma sipontino…”a pizzche e muzzeche”…:)
Sparroni alla maniera sipontina (mmmh, sap’rt), il Signor Tonino è pregato di rendere pubblica la ricetta.
Per quanto mi riguarda, ritengo che la morte degli sparroni sia quella sulla brace:
comprate una bella “spasetta” di sparroncelli di media misura, cacciate la “fornacella” e accendete il fuoco, mentre i carboni si consumano (se avete ancora uno di quei ventagli di legno con le penne di ali di uccello, usatelo) pulite delicatamente il pesce e preparate a parte un poco di olio extravergine di oliva con dei semi di finocchietto che servirà per condire il pesce, quando il fuoco è stemperato poggiate gli sparroni sulla “raricola” e dopo la cottura desiderata portate in tavola.
Il profumo degli sparroni arrostiti è uno degli odori caratteristici della nostra città.
Arrostire (e mangiare) sparroni non è solo alta gastronomia, è anche un’attività culturale!
Meditate gente, meditate.
SU vecchio caro Manfredonia on line c’erano delle bellissime foto di sbarroni ( o sparroni )
Vedro di recuperarle….c’erano degli sfondi per desktop fatti con queste foto
Il ventaglio per ravvivare il fuoco di carbonella consisteva in un telaietto di legno, fornito di manico, sul quale erano infisse le piume della coda della “viccia” (tacchino. L’arnese, leggero ed efficace, è stato sostituito da ventagli dilegno compensato incastrato in un manico: Forse durava di più, ma non era la stessa cosa!
Veniamo ora alla cultura: SPARRONI IN UMIDO ALLA SIPONTINA.
In una teglia larga mettere un mezzo bicchiere di olio, due spicchi di aglio tagliati in 4, prezzemolo, basilico e una decina di pomodorini schiacciati; mettere tutti insieme sul fuoco moderato e far cuocere un po’ in sughetto; aggiungere un mezzo bicchiere di acqua, aggiustare di sale e coricarci sopra gli sparroni già puliti; farli cuocere un po’, girarli dall’altro lato e completare la cottura; per dare un tocco in più di classe, aggiungere un pizzico di origano e una punta di pepe o peperoncino; un bollo e togliere il tegame dal fuoco.
Se il pane è duro va ancora meglio, perchè bisogna inzupparlo nel sugo fino a farlo ammollare ben bene.
Le vostre mamme cuociono gli sparroni sicuramente in questo modo.
Una variante: invece di porre tutto insieme a cuocere, si mette prima olio e aglio, si fa soffriggere appena appena, e si toglie. Dopo di questa operazione bisogna mettere a cuocere i pomodorini con prezzemolo e il basilico come per la ricetta base.
Che addòre ca ce sènte!
Ciao
Buon giorno e buona domenica.
Vi propongo un risveglio “dialettale” ambientato in un tipico basso manfredoniano di qualche anno fa.
Ci si alza dal letto la mattina presto, in genere il suono delle campane scandisce le ore, e le prime necessità sono quelle corporali.
Pertanto subito la seduta sopra “ù ruagn”, si tratta del gabinetto, solo che non è la tazza fissata al pavimento bensì un grosso contenitore cilindrico mobile, posizionato in un punto nascosto della casa.
Ancora assonnati si versa un po’ d’acqua gelida dalla “conc, ind’ù vac’jul”.
L’acqua (prelevata in precedenza alla fontana pubblica con piccoli secchi) viene conservata in una conca e da qui versata in una piccola bacinella di metallo posta su un treppiede che funge da lavandino per le abluzioni mattutine e per togliere dagli occhi “ì scazzill” (le cispe).
“U’ mann’l” è il telo che serve ad asciugare le mani e la faccia.
Dopo le operazioni igieniche personali si passa ad una frugale colazione.
Si mette “à ciucculator” (la caffettiera) sul fuoco per aggiustarsi la bocca con “nù moff’l d’cafè” (un sorso di caffè) oppure con del pane raffermo ci si prepara “à zop’u latt’” (latte e pane con o senza caffè).
Chi necessita di maggiori energie si può preparare anche “ù pen ‘mboss a l’acq’ è l’uggh’” (pane, pomodoro, olio e sale) o “pen e fich’dign” (un bella fetta di pane con un fico d’india spremuto sopra).
A questo punto la giornata può cominciare.
“Liv ù varron’ e min’t for”. (Togli il lungo ferro che sbarra dall’interno la porta dell’uscio ed esci all’aperto).
Buona giornata a tutti.
sento ste cose sempre da mia madre…e a volte mi vengono i brividi per tutte le comodità a cui siamo abituati ora rispetto alla vita che si faceva prima.
Quando ero giovinotto, verso i 17 anni, nel 1956, per fare una santa doccia con tutti i crismi, come mi avevano abituato nel collegio (acqua calda corrente a volontà!) io andavo Peppino il barbiere. Questi aveva dotato - forse come tanti altri barbieri - la stretta stanza da bagno della sua bottega con una bella doccia, con tanto di piatto e mattonelle pulitissime. Si pagava 100 lire, come un taglio di capelli. Si prenotava l’ora più propizia per non fare troppa fila e si usciva da casa con il nostro pezzo di sapone Palmolive e l’asciugamano grande (gli accappatoi non erano stati inventati, o sì?…). Gli arnesi per il trattamento dei capelli (fon, pettini, brillantina Tricofilina, Linetti o Brill-cream) stavano in bottega. Il suo scaldabagno elettrico consentiva solo due docce. Poi bisognava attendere che l’acqua arrivasse a temperatura se qualcun altro voleva servirsene.
Abbiamo poi scoperto che il forno “Zappetella” aveva un sistema per ottenere acqua calda mentre cuoceva il pane. Si pagava qualcosa di meno, però bisognava alzarsi la mattina alle 7. Ci piaceva perché usciti dal bagno entravamo nell’ambiente contiguo, riscaldato dalle pagnotte in fila sugli scaffali: Che profumo!
Le ragazze, le mamme e le nonne per una pulizia a fondo si arrangiavano in casa, a “pizzeche e muzzeche…”
Ri-Buona-Domenica a tutti!
Tonino
A proposito della ricetta, come cucina il pesce mamma….
Rispondo a Stefania: Quando uno è un po’ svitato di cervello, si dice: jì sbaculéte, assemègghje a ‘nu sbabbàcule, sté ‘ndrunéte,ho perse i sendemènde.
Chi sa altre espressioni?
Ciao
Avete detto che non importa se c’è qualche ripetizione. Bene allora ecco qualcosa:
sbaculète
è anche la persona distratta o che si dimentica facilmente le cose. Aggiungerei inoltre che spesso ci si può “sbacolare” anche a causa del comportamento confusionario di altre persone.
sc’mun’t
(accidenti come è difficle scriverlo!)
scimunito, andato di testa, rincitrullito o rinc……,
“madònn’ e cumm’agghia fè ca stù mar’t muj alla v’cchiej c’i sc’mun’t appriss’i femm’n!”
maccaron’
babbeo, tontolone. Non deriva dal famoso tipo di pasta bensì dal nome del pesce più fesso e povero che abita le acque del nostro golfo.
spustète
matto, pazzo, spostato.
sbal’strète
è una persona che ha perso il suo equilibrio e i suoi valori e si trova quindi sbattuto da una parte all’altra dai marosi della vita.
…a dopo.
Io invece ritorno sugli sparroni arrostiti:
a tutti i Racioppa, vi ricordate quando abbiamo messo in subbuglio l’intera Foresta Umbra con un carico di sparroni freschi, arrostiti degnamente sulle fornacelle presenti in loco??
Credo che sia uno dei ricordi più belli della mia infanzia…
…dovremmo trovare le foto… sicuramente babbo le ha ancora: altro che gli indovinelli!
Faccio presenti tre esempi di parole sipontine con evidenti riferimenti diretti presenti in altre lingue:
u’ Tav(u)’t vocabolo (credo) indicante il mezzo (carretto ??) con il quale si trasportavano i feretri dei defunti e, penso per estensione, passato poi o comunque utilizzato come sinonimo di bara. la parola deriva direttamente dall’arabo (come altre già citate) e l’ho sentita direttamente, con mio grande stupore, da alcuni ragazzi egiziani.
u’ buat barattolo, quasi sempre in latta o altro materiale metallico (alluminio) di diretta derivazione francese (consultare un qualsiasi vocabolario d’oltralpe per crederci)
a pastu’nek la carota ma non una qualsiasi…i tedeschi per esempio indicano con la parola pastinaken un tipo specifico di carote…. e mi piacerebbe proprio sapere se quelle prodotte a Zapponeta siano di quella qualità…Agli esperti l’ardua sentenza.
@ Thor64
Vai a vedere la lezione n. 11: troverai la spiegazione di Buatte e di Tavüte
http://www.manfredoniano.com/2007/01/07/lezioni-di-dialetto-11a-puntata/
Anche in italiano esiste Pastinaca, ed è un termine identico anche in spagnolo, portoghese, latino, e molto simile in tedesco e rumeno,(francese panais)che definisce la “pianta con radice carnosa, fusiforme alquanto gialla. Gli antichi le attribuivano ogni sorta di virtù”.
Deriva dal greco Panàkeia (lat. Panacèa)ossia: pan=tutto e àkos=rimedio.
Ho doovuto documentarmi consultando il dizionario etimologico italiano.
Siccome sono praticamente identiche allo carote gialle, il nome generico pastinaca indica anche quelle di Zapponeta.