Come eravamo a Manfredonia… : La maestra
Pubblicato il 31 Ottobre, 2006 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa.
LA “MAESTRA”
Con questo termine, oltre alla classica Insegnante delle scuole elementari, a Manfredonia si indicava quella benemerita persona anziana che, per pochi soldi, si assumeva l’onere di badare a bambini e bambine dai due ai cinque anni. I genitori facevano volentieri questo sacrificio economico, perché in casa c’erano almeno altri quattro figli da tenere a bada!
Il compito della “Maestra” era difficile, complesso, da esaurimento nervoso. La mattina presto qualche fratello più grande (magari di 7 anni, prima di andare lui a scuola) accompagnava il minore a casa della “Maestra”.
Qui c’erano un paio di file di sedioline disposte a semicerchio intorno a lei. Quando la sua stanza si riempiva, e la truppa era al completo la “Maestra” faceva iniziare la giornata con un bel segno di Croce. Poi ognuno tirava fuori – se l’aveva portato – un pezzo di pane e una mela, o un formaggino, e si faceva colazione, con calma.
I bambini familiarizzavano presto, e si creavano simpatie:
- “Mae’, me pozz’assetté accùste a Mattöje?”
- “Va, fighhje, vatte mìtte!”
Ovviamente qui si parlava solo ed esclusivamente in dialetto. Invece all’Asilo delle Suore, roba da benestanti, si parlava “segnöre“. Per la gente comune “parlé signöre“, significava parlare in italiano, roba da pochi privilegiati (clero, professionisti, proprietari terrieri e ufficiali militari = signori, quindi) poiché tutti gli altri parlavano in dialetto. Le femminucce avevano inventato il gioco di “parlé segnöre” con divertenti involontarie storpiature: “Si è spasciato il cìcino”: “Ho accattato due chini di potogalli”: “Mia madre ha fatto due belle siccie chiene: sopra l’indorci e a rianata” ecc…
Da quando c’è stato l’avvento della televisione si è diffuso l’italiano finalmente anche come lingua locale.
Torniamo alla “Maestra”. I bambini comunque imparavano – come si dice oggi – a socializzare; a sapersi cavare dai pasticci; a controllare gli sfinteri (se no ce pisciàvene e ce cacàvene sòtte); ad esprimersi con termini nuovi; a recitare filastrocche; a cantare tutti insieme delle canzoncine adatte; a muoversi tutti sincronizzati e a fare chissà quante altre cose che scaturivano dalla fantasia della nostra “Maestra”.
Quando il tempo lo permetteva l’intera scolaresca si portava la sedioline all’esterno e si sistemava sul marciapiede. Ricordo una vecchietta arzilla che, in mezzo a quella marmaglia, trovava all’aperto incredibilmente anche il tempo e il modo di fare le “recchietelle”!!!…(Credo che portasse il cognome Carpano)
Ovviamente per farsi ascoltare la “Maestra” si armava di una lunga “frèvole“, con la quale raggiungeva anche il discolo più distante con un bel colpetto assestato sulla zucca, più per farlo spaventare che per fargli male.
Devo spiegare per i moderni abitatori di Manfredonia che cosa è la ‘frevola‘: si tratta di “fusto di ferola, detto anche finocchiaccio selvatico” (Giuseppe A. Gentile-Vocabolario Illustrato del dialetto manfredoniano) che veniva usato sia per questo scopo, sia per fabbricare le “ferrizze”.
Devo ora spiegare che cos’è la ‘ferrizze’: è uno sgabello rustico, fabbricato con il legno della frevola, tagliato in tanti pezzi di circa 40 cm che venivano assemblati con legacci di fibre vegetali e senza l’uso dei chiodi! Proverbio: “E che facjime mo?? I sèggie addröte e i ferrizze annànze?” Come per dire: Ma come vi permettete di mettervi in mostra voi (che non valete niente = le ferrizze) e ponete in secondo piano proprio noi (che siamo i migliori = le sedie pregiate) che siamo degni di stare in prima fila per essere ammirati?
Vanità, vanità, tutto il mondo è vanità.
3 Risposte a “Come eravamo a Manfredonia… : La maestra”
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“Si è spasciato il cìcino” “Ho accattato due chini di potogalli” “Mia madre ha fatto due belle siccie chiene, sopra l’indorci e a rianata”” E pensare che ancor oggi molta gente parla così….e senza farlo apposta!! Quante parole dialettali vengono italianizzate nel gergo comune di molti giovani!! “Appomeriggio”, “mo vengo”,etc…
Tonino, mi hai riportato in un tempo che avevo „quasi“ dimenticato.
La mia maestra abitava in Vicolo Clemente, (in questo momento non mi viene in mente come si chiamava) ma mi ricordo che ero tanto affezionato a lei che da grande andavo spesso a visitarla. Grazie per avermi “ridato” quei bel ricordi, ciao Umberto.
Io ero affezionata alla mia cara maestra Vincenza La Tosa cosi’ tanto che alla fine delle lezioni volevo assolutamente accompagnarla a casa…
il suo bacetto di commiato era per me un gesto di affetto grandissimo.
Ero cosi affezionata a lei che quando dovette assentarsi alle lezioni per motivi di salute(per parecchi mesi)…non andai piu’ a scuola rischiando una bocciatura!