Lezioni di dialetto - 9a puntata
Pubblicato il 21 Novembre, 2006 in Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racoppa
Assìmete = A parte, separato, solo, non unito ad altri elementi. Purte ‘a ‘nzaléte alla tàvele, però l’ugghje e l’acite pùrtele assìmete
Abbendé = Sostare, fare pausa, lasciare di lavorare per un po’: ora si dice fare coffee-break
Bèmbàtte = Ben fatto, ben ti sta, così impari a comportarti da spericolato.
Vrejògne = Rimprovero duro diretto a colui che commette una mascalzonata. Se si tratta di vera nefandezza si usava dire pittorescamente: Vrejògna-vrejògne! Va mìtte ‘a facce ind’u ruàgne!
Jòcce = sf Un colpo (apoplettico) Quann’agghje sendüte u trune forte, m’jì venüte ‘na jòcce.
Cré, pescré = sm Domani, dopodomani. Latino: Cras, post cras. I vecchi usavano anche pescrìdde per indicare il terzo giorno che verrà…
Pèsele-pèsele = Intero, intonso, indiviso, intatto, indenne. Hanne sfusséte ‘u mùrte: l’hanne truéte pèsele-pèsele.
Adduné = Accorgersi, avvertire qlcs = -“Döpe d’u làmbe che vöne?” - “U trùne!” – “Sì fesse, e nen te n’addùne!”
Spessedüte = Aggettivo riferito principalmente a farmaci che non posseggono più la loro efficacia, perché scaduti.
Quando io ero monello, assieme a una rocchia di ragazzini vivaci, andavamo a burlare il bravo farmacista don Carlo Giornetti in Corso Roma, gridando dalla strada verso l’interno della Farmacia: “Don Carlïne, Don Carlïne, vènne i medicïne spessedüte!”
Immediatamente poi ce la davamo a gambe, temendo una sua reazione, che in verità non c’è mai stata. Forse ci ha lanciato dietro “ghjachiv’è…” ma non ne sono certo, data la sua indole bonaria e il suo stile di gran signore……
Il termine “spessedüte” si riferisce anche a cibi, aromi, bevande, gesso, cemento conservati per lunghissimo tempo e che si sospetta che non siano più buoni. Specificamente per gesso e cemento in italiano si dice “spresato”, cioè che non è più in grado di fare presa, di indurire. Non so per gli altri prodotti possono calzare: inefficace, avariato, guasto, o altro. Ma il nostro “spessedüte” è sicuramente più immediato.
15 Risposte a “Lezioni di dialetto - 9a puntata”
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Sto’ imparando pure io, si potrebbe fare uno scambio culturale..
brava impara
poi ci scrivi frasi nel tuo dialetto magarii…
p.s. ricevuta la mail ?
scusate, ma Cré e pescré non sono termini montanari?? io sento + spesso “dumène ,dòpdumène”,ecc.. Il termine jòcce invece viene accompagnato da “maligne” di solito, credo serva per rafforzare il termine, vero?
wendy quei due termini sono quelli antichi.
ti pare che duméne e dopeduméne sianno dialetto ? sono dialetto italianizzato moderno…
“Assìmete” mi ricorda il termine “Asselèt”. Es:”Vet a cod,p’a fem c ste mangiann u pen asselèt”.Significa senza niente,o scondito.
Il termine “Abbendé” è la prima volta che lo sento,ma mi fa pensare ad un’altro termine che che ha la stessa radice,ma un’altro significato.Il termine è “Abbènge”.
Es(1):”Cod ton nu sac de penzìr,n sep mang jiss addica ua abbènge.”=”Quello ha un sacco di preoccupazioni,non sa neanche lui come fare ad occuparsene”.
Es(2):”Cod ste semb a fatiè nòn sep chiò addìca ua abbènge”=”Quello sta sempre a lavorare,non sa più di cosa occuparsi”. Probabilmente la radice comune “ab”,deriva dal latino,significa “da”,e insieme al caso ablativo,significa “Allontanamento,separazione”.
Bravo Jattön! Mi hai dato due termini da valutare: abbènge e asselϋte.
Abbènge mi ricorda una memorabile gara tra il venditore di fichidindia e l’acquirente. Il primo li nettava velocemente col suo coltellino affilato, e il secondo li mangiava man mano che l’altro li apriva. Insomma il tagliatore era più veloce, e il mangiatore, per quanto si sforzasse, non ce la faceva a finire un frutto che un altro era già stato pulito. Nen ce la fé abbènge. La parola può significare “a vènge” (a vincere): non ce la fa a vincere, a sopportare, a completare un’azione con le sue forze, a uscire da una situazione di stallo…(Cϋme huà fé abbenge?).
Il nostro dialetto risente moltissimo della lingua spagnola: questi pronunciano allo stesso modo la b e la v. E noi diciamo varche, varvire, vasenecòle, àrvele: ossia mettiamo la v al posto della b o viceversa (abbènge per a venge)
Asselϋte = Da solo. Viene usato principalmente nel linguaggio gastronomico: Che t’ha mangéte? - Fasϋle. - P’a paste? - No, asselϋte.
Dopo i fichidindia e i fagioli vi auguro buon appetito.
Oltre a “Cré, pescré”,vorrei ricordare degli altri avverbi di tempo:
“Auann” = Quest’anno.
“All’anncvòn” = L’anno prossimo.
“Mo ca jè” = Quando è il momento.
“Mo ca sarrà” = Quando sarà il momento.
“All’avutrìre” = L’altroieri.
Scontro da TITANI tra Tonino1939 e Jatton,ambedue molto bravi e didattici.
Un mio piccolo apporto con il semplice mo:
-mo mò= tra poco;
-mò = adesso
-mo ad da vidì momò= ora? vedrai tra poco!
forse ci sono altri significati con il mo
Caro tuccilandonio, guarda che fra i TITANI devi mettere un bel gruppo di persone esperte in dialettologia: mambredonje, seppia, giolabe, apple, u scupastrét, ecc….
Ripeto sempre: chiedete agli anziani e segnatavi le parole strane che sentite.
Arricchiremo il vocabolario con la collaborazione di tutti. Ho già raccolto tutti i termini finora da me e da voi espressi. Ho riempito alcuni fogli che Luigi pubblicherà in un futuro non molto lontano.
Buon lavoro.
Tonino 1939
questo sito riempie di gioia il mio tempo libero ma ho tanta nostalgia soprattutto quando leggo i messaggi di TONINO 1939. GRAZIE TONINO.
LUIGI SAN DONATO
Tonino tra tutte queste parole, però non trovato
“u varröne”
Credo che il termine “u varröne” sia stato già menzionato da Mambrdonje quando ha proposto l’indovinello “de jurne sté ammuscéte e de notte sté indeséte”.
Comunque l’oggetto misterioso era di uso comune quando le abitazioni erano quasi tutte al pianterreno. La notte si chiudevano le porte a vetri, e poi quelle robuste di legno.
Sulla parete situata dietro ciascun battente c’era una sbarra (da cui deriva “u varröne”) di ferro a sezione circolare dal diametro di circa 2 cm e dalla lunghezza variabile da 50 a 70 cm.
La barra due occhielli alle due estremità. Uno era incernierato ad un altro occhiello e fissato al muro dietro la porta, quindi snodabile, e l’altro si inseriva al “dente” fissato alla porta quando era chiusa, in modo da tenerla ben salda. I bambini nella notte di Ognissanti vi appendevano le calze.
“U varröne” è sinonimo di solidità, robustezza.
Ciao.
Tonino 1939
“U varrone” è possibile trovarlo ancora in tanti portoncini di via Maddalena e vi assicuro che funzionano ancora benissimo!
Resiste anche dietro alle porte di accesso “ai’ lascr” (il terrazzo)
La vecchia filastrocca che cantavamo da bambini gettando i dentini da latte sul terrazzo recitava:
(perdonatemi la scrittura poco ortodossa)
“Titt titt t’è u’sturt e damm u’ dritt
dammill tant fort ch’ia’muzzche u’varron da port”
(tetto tieni il dente storto e ridammelo dritto, ma tanto forte che devo mordere “u’varron” della porta!!!!)
Era molto meglio del topolino con la sua stupida monetina!
Ciao
Rita
sto cercando delle storie scritte in dialetto manfredoniano chi mui puo aiutare? grazie
@ Rita: io la ricordo leggermente diversa, più ritmata, con la rima baciata:
“Titte, titte,
tè ‘u sturte, e damme ‘u drìtte;
mittamìlle fòrte fòrte
accüme ‘u varröne addröte ‘a porte”.
(Tetto, tieni il dente storto e ridammelo dritto, ma rimettemelo tanto forte come è ben saldo il paletto dietro la porta).