Sorridiamo sui modi di dire locali – 1a parte
7 Commenti Pubblicato il 20 December, 2006 in Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa
Mo’ ce sfrjike! = Espressione (volgare) di stizza che si indirizzava – dopo aver dapprima ostentato una certa indifferenza, e molto autocontrollo – verso qlcn che si comportava da inveterato, pedante, inopportuno, insopportabile, e reiterato rompiscatole (Giuà, mo’ ce sfrjìke!! Si’ pròpete ‘nu checa-cà’***!).
Il senso era di rinfacciare allo sfrontato interlocutore d’essere colui che viene a “rompere le scatole” proprio quando si è intenti – diciamo così – a compiere qualcosa di estremamente interessante…
Era così diffusa l’invettiva, che si lanciava anche sottintesa con un monosillabo accentato, ben chiaro e comprensibilissimo dalla controparte: “ …Sfrjì!…”
Immaginate quando qualcuno vuol fare un discorso serioso in un gruppo di amici. Minimo si sente dire, quale immediato commento, magari a mezza voce: “Sfrjì!”… In questo caso scoppia una risata (o una rissa, dipende dall’affiatamento del gruppo).
Ovviamente era prevista la risposta del soggetto preso di mira: “Ma pròprje!” (oppure: “ma pròpete!”), nonché la contro-risposta, articolata in una micidale alternativa. O si lanciava di nuovo lo: “Sfrjì!”, oppure si porgeva un grazioso e gentile invito, una speranzosa richiesta: “Pùrte a sòrete, ca stéche prònde!….”
Sulle note della marcetta di Stanlio e Ollio addirittura si cantava l’intero repertorio: “Mo’ ce sfrì/ma pro’/mo ce sfrì/ma pro’/purteme a sòrete/ca stéche prònde!”
Insomma il “dialogo” così codificato sovente andava sfociare in un’inevitabile colluttazione (vé a fenèsce a taccaréte), e perciò era consigliabile non lasciarsi andare troppo su questa china.
Fortunatamente questa “moda” è passata in disuso verso il 1960.
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Scusate la volgarità
:D
quanti “mocc’a mam’te”,ho sentito!
Mi astengo dal ricordare e scriverne altri ben più volgari…
Meno male che non si usano più questi”modi di dire”.
Forse l’avrete già detto, ma vorrei sapere perchè a Manfredonia le ghiande si chiamano ” i paparell ” ?
Rispondo a “ciccill” sull’origine del nome paparelle dato alle ghiande dai Manfredoniani.
Racconto quello che emerge dai miei ricordi: quando uscivo dalla Chiesa Stella (età 7-8 anni) passavo dalla villa e raccoglievo alcune ghiande, le più grosse, perché servivano a fabbricare un modesto “giocattolo”.
In pratica si tagliava orizzontalmente la parte superiore della ghianda, compreso il suo cappellino. La parte inferiore termina a punta e il seme è pieno e sodo. Si conficcava nella polpa il gambo già bruciato de uno zolfanello (puzzolente fiammifero da cucina, chiamato anche “fulmenànde” o “aspitte nu pöche”) in modo che si formasse una piccolissima trottola, cui si imprimeva il movimento della rotazione passando lo stecco del fiammifero tra i polpastrelli del pollice e del medio. Si gareggiava con gli altri bambini, e vinceva colui che la faceva girare più a lungo.
Quando ci eravamo stufati di questo gioco, si prendeva un’altra ghianda grossa, decapitata della parte superiore, e si piantava uno stecco più lungo nel suo fianco.
Avevamo così costruito una miniatura di pipa, e la tenevamo tra i denti come faceva il nonno. Questo atteggiamento ci faceva sentire adulti! Siccome la pipetta era piccola, veniva chiamata “pipparella”. Il nome si è variato ed è poi diventato “paparella”.
Ripeto sempre, questi sono i MIEI ricordi, e non pretendo di pontificare ed essere infallibile sull’origine dei nomi.
Una cosa ricordo bene bene: tutti i bambini possedevano un minuscolo “curtellózze” (temperino con tanto di catenella allacciata al bottone dei pantaloni) che costava 10 lire da Mancini o da Generoso, in Corso Manfredi.
Era adoperato per questa e per altre necessità, come per esempio quando si andava a rubare i fichi d’india nel parco, proprio dove ora sono le scuole, dietro l’ospedale civile, che all’epoca era incompleto e abbandonato, teatro dei nostri giochi spericolati.
Ciao
Sei più che infallibile caro Tonino, io non ho saputo rispondere alla paparella perche mi ricordavo come tu hai detto della pipparella ma non sapevo cos’era l’altra.
Noi andavamo vicino il cimitero, allora abbastanza isolato dagl’abitati, andavamo a caccia di vipere con arco e frecce (le punte erano avvolte con fil di ferro, per renderle più efficiente)
E nello stesso tempo cercavamo “I sparge” per venderli al fruttivendolo sulla piazzetta, o per mangiare qualche ficodindia.
Ciao Tonino, sei sempre interessante da leggere.
Dimenticavo, a parte del curtellozz, avevamo l’immancabile “furcennel” e le tasche piene di munizioni.
Caro Umberto, la mia mente si affolla di ricordi….
D’altra parte, al contrario dei bambini di oggi, costretti a subire un “tour-de-force” insostenibile (scuola-compiti-tennis-danza-chitarra-palestra-catechismo…basta!: ma quando giocano?), noi alla nostra epoca, pur senza mezzi, vivevamo la nostra vita in piena libertà, quasi allo stato brado.
La strada è stata la nostra maestra di vita. Dovevamo vedercela da noi, eravamo temprati a qualsiasi contrarietà.
Se qualche prepotente ci mollava un cazzotto, cercavamo di reagire da noi stessi: guai a ricorrere alla mamma, perché avremmo buscato il resto!
Adesso non non temiamo nulla, perché ci siamo temprati ad affrontare senza panico qualsiasi contrarietà che la vita inevitabilmente ci presenta.
I bisogni PRIMARI della persona umana sono due: il sostentamento per il corpo e la libertà per lo spirito. Tutti gli altri bisogni (la casa, lo svago, l’eleganza, l’automobile, le ferie, il cappuccino, il ballo, il sesso, ecc.) si devono classificare come bisogni SECONDARI, ossia sono rimandabili a dopo, quando si saranno soddisfatti quelli primari.
So di parlare come un vecchio. Ai ragazzi di oggi il mio discorso sembrerà magari strano, ma sono convinto, io che sono uno spirito libero,di dire il vero. Non so a quale corrente filosofica si può adeguare il mio pensiero, ma è il mio pensiero.
Buona giornata a tutti
Quanta verità nelle tue parole, una volta ricordo che andai da mio padre e gli dissi d’essere stato picchiato da un tizio più “grande” di me, paff ricevetti uno schiaffo e mi dissi che se io restavo a casa questo non sarebbe successo.
Questo tipo d’educazione, non l’ho mai accettata e non ritengo che sia stata giusta, ma a 17 anni in Germania ho saputo come “cavarmela” nel bene e nel male da solo.
E senza riempirmi la testa di cannabis, alcol, fumo o altro, la mia droga e la fantasia, natura e poesia.
Buona domenica a tutti ciao Umberto.
buona domenica anche a te Umberto…