Sorridiamo sui modi di dire locali - 2a parte
Pubblicato il 4 Gennaio, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa
Vàtte fé ‘na pompe! = Era un’esortazione rivolta ad un interlocutore importuno per sollecitarlo ad avere cura della sua persona, cioè ad andare a farsi una ricca peretta ( un clistere), a vantaggio della sua salute…..
Praticamente valeva l’espressione volgare: “vaffan****”
Anche quest’espressione non viene più usata. Meno male, perché al giorno d’oggi, andare a farsi una “peretta-pera” e una “pompa-pompino” hanno assunto un altro significato!
Luàrece quàtte chjöche = Levarsi quattro pieghe. Mangiare tanta roba buona fino a rimpinzarsi… Quando si è digiuni cronici, la pancia si affloscia su se stessa formando delle pieghe, come fa un sacco vuoto quando è appoggiato al pavimento. Avendo mangiato così tanto si sono tolte le “pieghe” della pancia, che ora appare gonfia e ben tesa. L’espressione si usa ancora oggi, ma solo scherzosamente, perché il cibo non riveste l’impellenza di una volta: oggi siamo tutti a dieta!
Cucchjìiiiiiire = Doveva essere una chiosa, un commento, una disapprovazione verso un gesto o un’azione di qlcn, facendola sembrare un richiamo al cocchiere delle carrozzelle pubbliche (vi ricordate Mecheljne?), come per dire “dàlle addröte ca stanne i uagnüne”. Per esempio se una coppietta faceva in pubblico “i cìcere a’mmulle” poteva tranquillamente aspettarsi un bel “cucchjìiiiiiiiiire” da chiunque li vedeva.
Fé ‘i cìcere a’mmulle = Fare i ceci in ammollo.Sono le manifestazioni dell’amore nascente tra una coppia di ragazzi molto giovani: ossia parlare fitto-fitto, testa a testa, sguardi intensi, sorrisi, smancerie, coccole, bacetti rubati e finta reazione di lei, con finte manate sulla testa sulla testa di lui, ecc. ecc..
Te vogghje avì pròpete crèdete = Voglio proprio crederti! Negli anni ’30 la famiglia Indiscià – di cui tutti i componenti sapevano suonare strumenti a corda - aveva avviato una scuola di ballo, ovviamente per soli uomini perché a quell’epoca le donne non potevano frequentare neppure i caffè perché disdicevole (figurarsi una scuola di ballo!) Una sera un tizio senza soldi in tasca chiese: “Zi’Luigge, na bella mazzócche, sune mo’, ca po’ te péje!” e lui rispose prontamente, a tempo di musica: “Te vogghje avi’ propete crèdete!” fra le risate degli astanti.
Non si sa se poi l’ha suonata la mazurca….
Questo modo di dire è rimasto nella fantasia popolare come ritornello da ripetere a qlcn che promette qualcosa che sicuramente non verrà mantenuta.
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Ciao Tonino,volevo ringraziarti per le delucidazioni avute nella lezione di dialetto n.10.
Mia madre dice:
“Vàtte fé ‘na pompe d’àque e zòccr”.
Col medesimo significato volevo ricordare un’altro modo di dire:
“Va chèc ai scél e jìnghjèt i cavzétt chiòn chiòn”.
I Sciali sono una zona all’estrema periferia sud di Siponto,è una zona un po paludosa e ricca di zanzare,non doveva essere una bella esperienza fare i propri bisogni da quelle parti.
Vorrei ricordare il termine che viene detto quando si ha molta fame:
“A qua abbàtt a fianghett”.
E inoltre vorrei ricordare il termine gia usato da qualche conterraneo nelle prime lezioni di dialetto:
“Mìn a past mìn”.
Letteralmente credo che il significato sia comprensibile a tutti i manfredoniani.
In senso figurato significa:”Solo questo ci mancava,cambia discorso”.
Se ho commesso qualche errore correggetemi.
Ciao.
Presumo che l’invito “mine ‘a pàste, mine!” ci scappa quando i “cicere a mulle” dell’esempio precedente (le effusioni, protratte e senza soste) portano…..all’ebollizione, ed è quindi ora di calare la pasta!
Io ricordo un memorabile urlo, nel silenzio e nel buio del cinema “Fulgor”, quando il protagonista del film (”u ggiòvene”) al termine della storia, poco prima della parola “Fine”, baciava con ardore, a lungo e appassionatamente la sua bella sulla bocca: “Mine ‘a pàste, mine! Aaaaaaoooooh!!!!”.
A quell’urlo si perdevano istantaneamente il pathos e l’atmosfera romantica che si erano creati per la storia narrata sullo schermo. Però scoppiava in sala una risata che, da sola, ti ripagava abbondantemente del costo del biglietto!
Mi è venuto a mente un altro modo di dire tipico manfredoniano:
Còdd jì ‘nu pòvere-a-jìsse = Costui è un poveraccio, ha bisogno di commiserazione, meschino, tapino, miserabile (tutti in senso figurato) a commento di una nefandezza da lui compiuta.
Buona settimana a tutti
Tonino 1939
Chi riesce a spiegare il modo di chiamare manfredoniano delle ghiande? e perchè ?
Mi è venuto in mente quando mia madre,per raccontare in modo scherzoso,qualcosa accaduto tempo addietro,apriva il discorso dicendo:
“Tanna,tann…quand’ u’ ciucc’stev cacann….”
Brava Apple! Ora leggi questa che mi è venuta in mente leggendo la tua replica:
Stöve ‘na vòlte
‘nu ciócce di Mònte:
stàtte cìtte,
ca mo’ te lò’acconte.
Stöve ‘na vòlte
‘nu ciócce de Barlette:
stàtte cìtte
ca mo’ te l’azzecche (sottinteso: un schiaffo!)
Sembrava che iniziasse una fiaba, e invece finiva lì…
Tonino1939
Mi sento sciocca…no,sono commossa,
:D
quasi le lacrime agli occhi…
Avevo pochi anni…
mio padre spessissimo scherzava con me
ripetendo questa filastrocca e fingeva di volermi dare uno schiaffo.
Grazie,hai una memoria di ferro
Mi è venuto in mente un modo tutto nostro di canzonare gli emigranti “milanesi” che tornavano in visita giu’…
:D ;D
:D
“Son venuta da Milan sin chi…e nun trov’ u’sciaraball pe’ sci a Mont”
Leggete quà che cosa viene fuori dalla mia memoria storica….che purtroppo perde colpi!
La conta:
1 - Chépe cotógne
U möse d’ajóste
E la furcine
E lu cucchjére e la scu-tel-la.
·2 - Mmocc’a tte,
mmocc’a mme
mmocc’au figghje de lu Re :
‘u Re senza capille
mmocc’au figghje de
Ge-se Cr-i-i-ste!
Il numero delle “i” variava in modo che il bocconcino di carne, la caramella, il pezzetto di formaggio, la mandorla o quant’altro andasse sempre il bocca al bimbo con cui si giocava, dandogli “na bella cosa”.
Bellissime le conte e le filastrocche!!! Le ricordo anch’io…+ che altro perchè me le ha raccontate mio padre!!
Fanno troppo ridere!!
:D
:D
Una comare,quando ero ragazzina mi canzonava cosi’:
:D
Carmè,Carmè…Ch’ purt n’bitt?
Sò m’nnuzz e non sàitt…
Non ho mai capito cosa siano i “sàitt”,forse saette?
Ma che centrano con le m’nnuzz?
Mister Tonino mi saprebbe dare una spiegazione?
La stessa comare aveva una canzonatura anche per far arrabbiare sua figlia che si chiamava Lucia:
Lucì,Lucì…mìn l’acq’ a li pulcj’n
li pulcj’n vann cacann
e Lucje vè ll’ccànn…. D:
Per Apple e per quelli che hanno la pazienza di seguire questa rubrica.
Il tizio che si rivolgeva a Carmela, era abbagliato dalla sua bellezza (e forse dalla misura del suo reggiseno…), tanto è vero che le chiedeva che cosa portasse in petto, delle semplici “mennuzze”, o delle “saette” che lo folgoravano solo a immaginarle!!!!
La pronuncia “sajitte” - plurale di “sajètte” - mi dà l’impressione che si tratti di un Montanaro, rude e pragmatico, senza fronzoli, schietto. In manfredoniano il termine “sajètte” è invariabile, sia al singolare, sia al plurale.
Trovo molto bello il paragone fatto del giovane. Insomma è un complimento sanguigno giovane alla procace Carmela.
Il canto che faceva “Sciambrignone” quando vedeva ” a ‘na bella giovene” era meno poetico. Cominciava bene con: “Iangiuline, che pùrte nzine? - Pòrte ‘u mangé alli pulecine”….ma terminava senza pudore: “Vu’ sapì che tine sòtte? Tine ‘u tóbbe de l’acquedòtte!” Le povere ragazze scappavano via: “Ooooozzz! Quante fé şkjiiife! Vattìnne a caste!”
Io ricordo invece una filastrocca che si cantava quando si faceva “il gioco del silenzio” a scuola…
Faceva così: “Gìn gìn gìn, addì cà stè u bastuncìne? S’ù bastuncìne nun ce stè, vallu truve addì ca ste??”
E CACT ADDOSS,
E CACAMILL
CàVCJE RàDDIE E CàCCJE FùC.(SCALCIA RAGLIA E CACCIA FUOCO)
à chi dè e a chi prumett (a chi mena e a chi promette che glele darà)
a recchje de mercand
stip ca truv
a proposito di filastrocche ora ve ne dico una:
po po po ma che fit ca fatt to.Lo fatt u cul fetend e sand’andogn abbrucje u dend.Lo fatt u cundadun e sand’andogn abbrucje u cul.