Lezioni di dialetto - 12a puntata
Pubblicato il 8 Febbraio, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa
Lezioni di dialetto 12°
Colocènze = Con licenza. Veniva pronunciato da uno dei partecipanti ai giochi fanciulleschi, per sospendere una pena, o un inseguimento. Si pronunciava ad alta voce, in modo che anche gli altri bimbi potessero sentire la richiesta di scuse per l’errore commesso nello svolgersi del gioco. Si evidenziava così l’inintenzionalità, la mancanza di dolo. I bambini stabiliscono le regole e le seguono scrupolosamente. Cosa che i grandi, specie gli uomini politici, non sempre sono così scrupolosi e accorti nel rispettare le regole.
Còmete = Recipiente per raccogliere generalmente i liquidi da trasportare. Si tratta di un sinonimo di mercjöne. Esempio: “Ha purtéte ‘u còmete? E mo’ add’jì ca t’agghja mette ‘u làtte?”.
Mercjöne = Indica generalmente qualcosa di ingombrante, di fastidioso, che sta sempre tra i piedi. Al plurale fa mercjüne ed indica specificamente dei recipienti. (damigiane, fiaschi, bidoni, scatoloni). Esempio: “Che sso’ tutte sti mercjüne mmizz’a chése? Luàtele da mizze!”
Mustaccé = Riempire di schiaffi qlcn. Esempio: “Statt’attìnd ca mò te mustaccjöje de sanghe! ” = Bada, che con una sberla di faccio sanguinare il naso, in modo che la tua faccia, così conciata, sembri dotata di baffi.
Şkuşkené = Crollare sotto un peso eccessivo . Esempio: “Nen ce l’ho fatte cchiò, e c’jì şkuşkenéte” = Non ha retto il peso e si è sconnesso (I Napoletani dicono “scunucchiato“, cioè non sorretto dalle ginocchia).
Jàcce e jöve = traduzione letterale: “sedano e uova” (come se si elencassero le dosi di una ricetta…). Invece deriva dal Vangelo (Giov. 19,5): quando Pilato mostrò Gesù flagellato alla folla, disse: “Ecce homo”, ossia “Ecco come ho ridotto l’uomo che voi volete che io condanni”. Significa in pratica malridotto, ferito, pieno di sangue e di piaghe. Le donnette che non capivano il latino, hanno ripetuto ad orecchio, italianizzando ECCE per “accio” e HOMO per “uova”.
Zìcche = Proprio, giusto, preciso. L’espressione “zìcche-zìcche” si dice per indicare la giustezza della misura. Esempio: “Agghje mesuréte i scarpe ca m’ha déte: me vànne zìcche-zìcche”. La locuzione “zicche tànne!” significa = Proprio in quel momento, giusto allora.
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Pensa un po Tonino…noi il termine Colocènze lo trasformavamo in Crocenza
Ciao Tonino,vorrei sapere il significato del termine :
“C’ho frechét n’gìnz e capetèl”
Inoltre vorrei citare altri termini dialettali che mi sovvengono:
“N’bìzza n’bìzz” = Sull’orlo,sul margine.(Sin.”Pònda pònd”)
Caro Jattòn,
Il termine “nginze” deriva da “censo” o “censuo” (dal latino Census = censo). Nel Medio Evo era un “tributo” sulla rendita, o meglio sull’usufrutto, dei terreni o degli immobili in genere.(Notizia attinta da Wikipedia.
Poi più genericamente si è identificato il termine “censo” con qualsiasi rendita, sia da interessi su capitale liquido, sia da locazioni di terreni o di case.
Quindi, secondo me, se qlcn “ho perse ‘nginze e capetéle”, vuol dire che costui si era avventurato in un’operazione finanziaria finita male, nella quale ha perduto il capitale impiegato nonché l’interesse che sperava di guadagnarci.
Per quanto riguarda ” ‘mbizza-’mbizze” è giusto il significato piuttosto reale: “pecchè t’assitte mbizza-mbizze alla sèggje? Assittete buune!”
Con lo stesso significato, ma in senso metaforico si dice ” ‘mbonda-’mbonde”, o “ponda-ponde”. “Madò, ne mm’arrecòrde! ‘U tenghe mbonda-mbonda alla lengue!”
Cioè in pounta (’mbonda), sulla punta (ponda)della lingua.
Se qlcn dei lettori crede di proporre un’altra interpretazione risponda pure senza timori. Io lo ripeto sempre: non voglio apparire e pontificare come se fossi infallibile in queste cose. Sono bene accette tutte le vostre idee. Io mi diverto a cercare nella memoria e nei libri. Non mi offenderei mai e poi mai se qlcn mi contestasse.
E poi fermamente credo e spero di trovarmi in questo blog tra veri amici.
Ciao
Caro Tonino 1939 mi permetto di aggiungere qualcosa alla tua insuperabile maestria.
E’ giusto quanto hai detto a proposito del termine “scusckenè” ma mi permetto di aggiungere che deriva da “cuscino”. Siccome i cuscini erano fatti di piume di gallina e non da spugna, lattice e via discorrendo, essi si schiacciavano al peso del capo o del corpo e la mattina bisognava “rigonfiarli” scuotendoli;come del resto si faceva anche con il materasso (saccone riempito di foglie secche di granoturco che producevano polvere e rumore) difatti possiamo dire che si “scuscinavano” perdevano cioè la loro forma tesa.
Non me ne volere, era solo per completezza.
Un caro saluto. Pinuccio
“…Siccome i cuscini erano fatti di piume di gallina e non da spugna…”
Piume di gallina??? Negl’anni 50 a Manfredonia?
Sé jevenn d’paghjè, jovè già nù loss…
Ciao Umberto
Umberto !! ben tornato…come va ?
Sei il Pinuccio che conosco io? Pinuccio M.?
Benvenuto nel nostro gruppo! So che sei anche tu bravissimo, perciò non ti risparmiare, e di’ sempre la tua, magari completando e arricchendo quello che si è raccolto finora. Si fa cultura e basta.
Sta tranquilllo, non te ne voglio, ne a te né a nessun altro (che magari è stato più pungente di te).
A proposito di “prendersela”, senti un po’ com’è vario il nostro dialetto quando qualcuno “prende cappello” o “s’inalbera” o “si arrabbia” o “si imbufalisce”:
1 - Li vöne a sóste = si inquieta
2 - Ci’arràgge = si adira, si arrabbia
3 - Ce pìgghje còllere = si incollera, si sdegna
4 - Li vöne ‘na supèrbje = si stizza
5 - Li vöne l’albaggïje = si infuria, si àltera
6 - Ce ‘ngàzze pròpete= si indigna.
:_) :_)
Caro Luigi, scusa se non ti ho scritto ancora, “la colpa” è di Tonino,
mi ha affogato nell’e-mail (Grazie ancora Tonino)
e così sono riuscito a dimenticare un po’ i mali…
Ma non gl’amici, ciao al più presto Umberto
Tonino, e “l’ì venùte nu stranghìgghiòne”?
Wendy, mi stai mettendo in crisi.
Ho cercato a lungo l’etimologia di “stranghigghiöne”. L’etimo che mi sembra più plausibile potrebbe essere “strangolamento”, che è la sensazione avvertita dal malcapitato quando gli viene un colpo apoplettico, e/o un infarto.
Lo “stranghigghjöne” è diverso dalla “jòcce”, che può definire uno stato di “chock” o uno spavento così intenso da far “tòrce l’ucchje” a colui che ne è colpito.
Qualcun altro definisce “stranghigghjöne” quell’ostinato mutismo in cui si rifugia colui che non è d’accordo con gli altri, non partecipa al buonumore degli amici, sta sulle sue, come se avesse “l’uve ‘ncröce”, l’uovo di traverso…(Ahò, e chè, tine ‘u stranghigghjöne, ca sté sembe cìtte?)
Pensandoci bene, credo che possa calzare bene in entrambi gli esempi fatti.
Seppia, Zagor, Jattön, Jakal, Francio, Apple, Bacchettone, Pinuccio, ecc..che ne pensate? (Amici, visto che vi ho nominato, vi chiedo: è un bel po’ che non vi fate vivi; per caso vi state annoiando???? Il Capo si incazza se si accorge che disertate il blog! Fate una mini replica, ma fatela!!!)
:-)
Buona domenica a tutti!
Grazie Tonino, va bene così, la prossima volta cercherò di proporti qualcosa di ancora + difficile!! ihihih!!
:D
Ciao Tonino,volevo dirti che anche mia nonna usa il termine “stranghigghiöne” :
es:”Cum jì ca ste citt citt ? Che tin u stranghigghiöne ?”
Adesso non ho mia nonna vicino per chiederle un suggerimento,ma credo che l’etimologia sia semplicissima:
“Strang” sta per strangolamento,strozzatura.
“Gghiöne” sta per “Cgghiön” ossia testicolo.
Per me ha a che fare con una srozzatura del testicolo dovuta ad’un’ernia inguinale o al varicocele.
Tali patologie in uno stato avanzato,possono provocare dolore quando si tossisce,o addirittura quando si parla.
Per tale motivo il termine è spesso associato a qualcuno che tace e non dice nulla.
Mi sovvengono altri sinonimi da aggiungere a quelli proposti da Tonino,per indicare qualcuno che si arrabbia:
“Annaltarèt” = Inalterato.
“Pegghiàrc velòn” = Prendersi il veleno,arrabbiarsi.
Salve a tutti e bentrovati.
Rispondo volentieri all’appello di Tonino, al quale va un particolare saluto.
L’alterna presenza sul blog non è dovuta ad un calo di interesse, che al contrario rimane alto - anche grazie all’entusiasmo del gruppo e di Tonino, vero faro per gli aficionados de “il manfredoniano”, - ma ad altri motivi di ordine diverso.
Vi seguo sempre con simpatia e vi saluto.
a presto.
Ciao Tonino,volevo sapere l’etimologia della frase
“Arrcurdè i spezzie andc”.
Il significato della frase è : “Ricordare le esperienze passate”.
Ma cosa significa “spezzie”?Da dove deriva?
Credo che Tonino sia alle prese con una impegnativa e piacevole battaglia culinaria (v/ arcobaleno e le gru).
Scherzi a parte e in attesa di suoi lumi, i “spezzje” sono le tradizioni, le consuetudini e le usanze della gente.
“Arrecurdé i spezzje andiche” è un’espressione che può essere usata sia per parlare - magari fra due vecchie amiche - di teneri ricordi del passato con una vena di malinconia, sia in senso canzonatorio - spesso da una persona più giovane verso una meno giovane - per criticare vecchie usanze ritenute superate.
Credo che nelle spezzje andiche, spesso, ci possa essere molta più saggezza di quanto si creda.
saluti.
Bravo prof. Seppia, hai colto giusto!
Io pensavo a proprio quello che hai detto tu, o nel formulare una risposta a Jattòn!
Mi piace soffermarmi sull’immagine di due vecchiette che ricordando i fatti della loro gioventù.
Le persone anziane rivivono e rievocano fatti e persone del loro passato rivestendoli di PROFUMI, AROMI, ATMOSFERE, come posso fare le spezie aromatiche, gradevolissime perché tenui e non stancano mai.
Buon week-end a tutti. Ora chiedo a Luigi se può pubblicare un’altra lezione di dialetto.
Ciao!
Grazie a Seppia e Tonino per le spiegazoni.
Il significato della frase mi era già noto,solo che non credevo fosse legato così poeticamente alla parola spezie,che rimanda alla nostalgica evocaizione dei profumi che si respiravano una volta.
A presto.
Per restare in tema di “amarcord” oltre alle spezie antiche così delicatamente spiegate da Tonino, il dialetto di Manfredonia presenta altre sfumature e modi di dire, sulla base dell’argomento di cui si parla, ad esempio:
“i patorje”
raccontini o aneddoti brevi e divertenti che, in genere in coppia con “i storje“, erano narrati ai più giovani dalle persone più anziane.
Quante calde serate d’estate, a terra, sul marciapiede dell’uscio delle porte abbiamo ascoltato, dalle nonne sedute sulle mezzesedie, questi racconti a volte divertenti e a volte paurosi (sui racconti da brivido sarebbe magari interessante raccogliere qualche “ricordo” dagli amici del blog).
Spesso durante quei racconti poteva uscire dalla bocca del narratore qualche “frecabbele”, ovvero una simpatica fesseria, uno svarione, una papera ed allora giù risate e sfottò per il resto della serata.
“U’ frecabbele antiche” è anche sinonimo di una vecchia sciocchezza, una corbelleria superata dal tempo.
Se si parlava di persone, – ovviamente con gli immancabili soprannomi - di famiglie e delle relative genealogie si sentiva spesso pronunciare nel discorso quasi uno scioglingua:
“Rer’è sscenenne”
significa andare indietro nella storia delle persone di generazione in generazione.
Provate a pronunciare più volte questo termine, oltre che evocare i ritmi ciclici del tempo, sembra di pronunciare il verbo ridere e anche le labbra si distendono in un sorriso.
Che dialetto giocoso che abbiamo!
Qualche altro termine relativo all’argomento “antichità”
potrebbe essere:
“andiche, andecazze”
Si tratta di cose ormai fuori moda, in genere vestiti, oggetti o soprammobili.
Si può riferire anche a modi di essere, comportamenti, idee o mentalità ormai superate.
“mercione”
vecchio e ingombrante mobile o suppellettile che non si sa più dove mettere.
A volte può essere anche riferito alle persone:
Un’amica spettegola con l’altra sull’imminente matrimonio della loro vicina per anni zitella, un po’ soprappeso e già avanti con gli anni e si sente rispondere: “i stete affurtenet, chii c‘ha l‘avev‘ piggjè a qud mercione vecchjie“.
Siamo passati però ad un classico “zingaramint”, …ma questa è un’altra storia…
Saluti.
Carissimo “Seppia”,
mi hai fatto ricordare cose bellissime, quando mia nonna metteva sul marciapiedi sull’uscio di casa sua a piano terra una “ràcana”, cioè uno di quei teloni che si usavano in campagna per raccogliere le olivem e ci faceva sedere per raccontarci delle bellissime favole. Mia nonna era analfabeta, ma era dotata di una ricchissima favella garganica (ricca come quella toscana di “nonna Lucia” del Carducci: “sette paia di scarpe ho consumato”….ecc.).
Lo sai che mi sta frullando in testa? Quel “Rére-scennènne” può aver affondato le sue radici in “rerum”. Coloro i quali studiano il latino, sanno che significa “delle cose”. Quindi: delle cose ascendenti arrivate a noi discendenti.
Qui ci vuole il supporto tuo o quello dei liceali del Classico.
Ciao