Sorridiamo sui modi di dire locali - 5a parte
Pubblicato il 12 Marzo, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa
Chéca furnìlle = Definisce un tipo che non trova mai un “focolare” (inteso come famiglia) dove fermarsi per crearsene una definitivamente. Soggetto inaffidabile, che cambia facilmente fidanzata. Vé facènne ‘nu balle pe chése: un po’ qua, un po’ là, senza intenzioni serie.
Rumanì de cüle a chiapparïne = Rimanere senza risorse economiche in situazione di estrema precarietà. I capperi si raccolgono su balze scoscese, in luoghi impervi e pericolosi da raggiungere. Se succede un inconveniente mentre si è intenti nella loro raccolta, si rimane in bilico ed è difficilissimo che qlcn venga in soccorso sull’orlo del precipizio. Insomma attraversare un momentaccio!
Rumanì jùcchjie chiüne e méne vacànde = Rimanere con gli occhi pieni (vedo abbondanza, prosperità, ecc.) e le mani vuote (perché i sogni crollano). Grandissima e cocente delusione. Restare a bocca asciutta.
Add’jì ca’arrïve chiànde ‘u zìppere = Queste sono le mie forze: dove arriverò pianterò uno stecco per ricordarmi il punto dal quale ricominciare, in un altro momento, appena mi sarò ripreso. Adesso non posso dare più di tanto.
Fé cra-cra accüme ‘a curnàcchje = Dire baggianate senza riflettere. Parlare a vanvera. Cra-cra, oltre al gracchiare delle cornacchie, può significare anche cras = cré = domani. Quindi si tratta di un tale che rimanda a domani quello che potrebbe fare oggi, in barba al proverbio che consiglia il contrario.
Camené pe ‘na màzze pòrte-pòrte = Lo dicevano i nostri nonni, quando vedevano che c’era spreco, e bisognava contenere i consumi, per farci intendere che eravamo quasi alla soglia della povertà.
Procedere con una mazza, un bastone, come i mendicanti che bussano porta a porta per chiedere un tozzo di pane. Si diceva anche: “Pe ‘na cöte de munne nen véche porte-porte….”
Nu mónne = significa «un mondo », cioè « moltissimo ». Una quota di ‘molto’ non può essere che “pochissimo”. Quindi il significato è: “per poco non sono costretto a elemosinare qlcs da mangiare, perché sono diventato quasi un mendicante, un accattone, costretto ad andare bussando porta a porta..
Accummènze p’u pàlje e fenèsce p’u tammórre = Simile ala locuzione in lingua italiana: “Assalto francese e ritirata spagnola”, oppure “I pifferi di montagna, andarono per suonare e furono suonati” Cioè “A preggessjöne nen ce vöte quanne jèsse, ma quànne cj’arretïre”. L’impeto iniziale è andato scemando, e alla fine…. è rimasto solo il tamburo a marcare il tempo di una banda che si è sfiancata a suonare dietro il pallio della processione. Il significato del pàlje = pallio è stato già ampiamente spiegato in una precedente lezione di dialetto.
Cangè l’àcque a i vulïve = Letteralmente significa “cambiare l’acqua della salamoia alle olive per farle addolcire” – Per estensione è un eufemismo per dire “urinare”
Mette ’a föca ‘nganne = Mettere le mani al collo dell’avversario per strozzarlo, per soffocarlo, (föca = affogamento)
Cazzöne, da turte a raggiöne = Succede spesso: colui che ha torto passa dalla parte della ragione, perché usa prepotenza o si mostra scaltro e convincente.
Chi jì fèsse, ruméne alla chése = Ecco il risultato di quanto asserito per Cazzone….Se non sai far valere le tue ragioni, è meglio per te se rimani a casa tua…
Pigghjé söpa nése = Avere qlcn in antipatia, puntarlo, tenerlo sulla corda. I giovani di oggi, se qualcuno è antipatico, dicono che “sta sulle p****” e perciò concludono con un bel “vaffan****” Noi della generazione precedente, molto più formali, al massimo dicevamo eufemisticamente di andare a “fé ‘mbacce ‘u nése” (non capisco che cosa).
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Chì n’ndöne uèje e lì vèje truanne, bijète a còddu Dìje ca ce li manne.
Chì n’ndöne lì uèje e cè li vèje pegghjanne, bèniditte a Criste ca ce lì manne!
Wendy a te la traduziome.
Ops… Traduzione.
Bellissimo
Caro Umberto,
:-)
sei forte, hai superato te stesso! ma chissà quante volte l’ho sentito…
Ora lo vado ad aggiungere nel mio “libro” dei proverbi, dove ho raccolto in ordine alfabetico, tutti gli altri pervenuti a questo blog, sperando che il manfredoniano lo pubblichi in formato pdf.
Nella sostanza, equivale a “i prudïte de cüle ce pàjene”
Wendy non risponde, perché si trova momentaneamente in Egitto (con la sua macchina fotografica).
Tonino, pian piano , con il tempo metteremo tutto….
Atri modi di dire:
“Menàrce a zàpp sope i pìt” = Rovinarsi con le proprie mani,essere la causa del proprio male.
“Scutelàrce i pòlce” = Farsi gli affari propri,tirarsi fuori da una situazione spiacevole.
“Fè pe fàrce a cröce e ce céc l’ucchie” = Nel tentativo di fare una cosa buona,pur trattandosi di un gesto semplice e abitudinario,ha commesso un’errore.
“Attacchèt alla rözzene” = Spilorcio,tirchio,legato al denaro.(Nell’antichità non tutte le monete erano di materiale inossidabile,quelle di piccolo taglio credo fossero di metalli meno pregiati che si arrugginivano).
In che contesto si diceva:”U’cijuccje vè càcann e a jallijne vè ll’ccann”?
Oooozze!, che şkife!….
Apple, non smuovere troppo il “priso” che i deodoranti sono terminati da un bel pezzo…
Aspettiamo la risposta di Mambrdonje. Io l’ho sentita la frase dell’asino cacone e della gallina (uàk!) lecchina.
Penso che voglia significare: c’è sempre qlcn che approfitta anche delle cose immonde per trarre il suo vantaggio.
Ho qualche dubbio…Aiuto!
Eccomi qua,scusate il ritardo ma sto un pò inguaiata di lavoro, altro che Egitto e makkina fotografica!!

Ma veniamo a noi: la traduzione letterale del proverbio di Umberto è facile…non capisco però il senzo del rigraziamento per aver ricevuto dei guai!!!
”U’cijuccje vè càcann e a jallijne vè ll’ccann”?
Sia l’asino che la gallina compiono un misfatto,ma di fronte al misfatto dell’asino quello della gallina passa inosservato.
Il senso è questo: Nel compiere un misfatto per trarne un beneficio,c’è qualcuno che si espone più di un’altro,ma la sostanza è che entrambi sono colpevoli.
Tonino adesso ti pongo un’altro quesito.
Cosa significa “Püle pülànn(o püland) e testaménda chiüse”?
@ Wendy, il proverbio non ringrazia per i guai ricevuti, ma bensì che Dio punisca chi non si fa i fatti suoi, colui che va cercando lite provocando gl’altri.
Traduzione;
Chi non ha guai e se li va cercando, beato quel Dio che gliene manda.
Chi non ha guai e se li va prendendo, benedetto sia Gristo che gliene manda.
(Spero di aver tradotto bene)
Buona giornata a tutti
Gesò, Gesò… e mojè a chje agghjà frecheje chjò?
ah ah
bellissimo !
bene bene bene…in manfredoniano vedo che me la cavo alla grande!! Grazie Umberto x il tuo chiarimento..
E dell’altro (è più un detto che proverbio) hai capito cosa vuol dire?

Spero non sia stato interpretato male.
Eccone un altro un po’…
Jàvezete d’cule e sìrvete patrone!
Questo l’avevo sentito e so anche il significato..
Oggi hai mangiato grasso,eh? 
Carissima Wendy, sono battute che sentivo spesso dire da mio nonno o dai suoi amici, (vivevo von lui) e come saprai ai tempi si parlava così “pesante” i precöche erano cose normale e nessuno si scandalizzava per così poco.
P/S
Oggi ho mangiato arrosto di maiale con Knödel, specialità bavarese.
no dico, ci vogliamo dimenticare del famoso: maledeziòne alla vamméne !

Umberto, che sono i knodel??? Riguardo ai “precoche” nemmeno oggi ci si scandalizza , se ne fa largo uso ovunque, senza avere rispetto di nessuno….maledeziòne alla vammène!!
Caro Jattòn, ho cercato di documentarmi, ma anche “püle pülànne e testaménda chiüse” va classificata come frase misteriosa….Comunque appena sarò venuto a Manfredonia andrò a cercare qualche vecchio pescatore, e vedrai che uscirà la spiegazione.
Un altro modo-di-dire curioso mi è tornato in mente ieri, osservando una mammina che giocava con la sua bimbetta di un anno. A Manfredonia (veramente non so se lo fanno ancora) la mamma nascondendo il viso domandava alla sua creaturina: “Zia-òhh???”. Dopo qualche attimo, mostrandosi improvvisamente, esclamava sorridendo: “Baaaah!” Ai piccoli piaceva questo gioco, perché riconoscevamo prima la voce e poi il volto della madre.
Ciao
Tonino, sarebbe l’equivalente di ” Cucù?? - Baaaah!!”,vero?
Proprio così. Io conoscevo la domanda “Cucù?” , perché si dice così anche qui in Basilicata, ma la risposta che sapevo io era “Setté”, (o Sèttete) alla maniera dei Napoletani.
Il Baaah! è tipico del nostro dialetto.
@ Wendy, vedi questa immagine e capirai meglio:
http://www.waldviertel.or.at/magazin/00/artikel/21405/doc/d/Knoedel_RGB.jpg
sono fatte con mollica di pane (Panino) e uova, mollica di pane e speck, con la semola, oppure di patate.
Guten Appetit / Buon appetito
Gnam gnam!! Sembrano davvero buone!!
Plausibile significato del quesito proposto da Jattòn.
1 - “Püle pülànne e testaménda chiüse” - Il breve consulto che ho avuto con un anziano mi dà questa spiegazione: si tratta di una lamentela scappata ad una donna che sperava di essere inclusa nell’asse ereditario, e a questo scopo si era dedicata a “struzzelé” una persona anziana. Quindi faceva le sue pulizie con tanta, tanta attenzione e cura. Alla fine, quando la persona anziana è passata al miglior vita, si è trovata “esclusa” dal testamento.
Secondo quesito.
2 - “Jàvezete d’cule e sìrvete patrone!” Questo l’ha detto Mambrdonje ma lui non ha dato esplicitamente il significato della frase. Scritta così ha un risvolto osceno, e non mi sembra sia il caso di approfondire. Quello che mi hanno riferito, leggermente diverso, suona così: “Jàvezete cüle e sìrvete patrone!” Cioè: “Alzati, culo, e serviti, padrone”. Così il significato è molto più chiaro. Si tratterebbe della risposta a qualcuno che, per esempio in una tavolata di amici, “fé ‘u paparille”: “Prendimi questo, va a prendermi quello,passami quello”, ecc… In romanesco è efficacissomo il modo di dire: “Alza le chiappe…”
Vi sembra corretto? Attendo eventuali altre versioni.
Ciao
Grande Tonino….adesso un’altro modo di dire:
“Ca te vonna fe pe l’agghjie e pa cepòlle”.
Viene usato per ammonire scherzosamente qualcuno che l’ha combinata grossa.
Non si dice anche “Ca te vonna fe pe l’agghjie suffrìtte”?
…anche…”pè l’accje e l’ove”
sedano e uova è la traduzione.
no apple….non è quella la traduzione….
a jàcce e jòve è la trasposizione fonetica fatta dalle vecchiette ascoltando, nella messa in latino, la frase: ECCE HOMO
Guarda un po qui:
http://www.manfredoniano.com/2006/09/23/lezioni-di-dialetto-6a-puntata/
Giusto!

Infatti stavo proprio pensando che sentivo dire,dopo che qualcuno era stato,per così dire,strapazzato:”l’hann fatt a jàcce e jòve”.
Chiedo venia…non avevo seguito la lezione!
Tu però sei preparatissimo!!!!
C’è anche un modo di dire ,tipico dei commercianti che volevano indicare una persona abituale nel fare debiti e non onorarli:”Quedd je nà pecora zopp”.
il mancato pagamento dei debiti è più propriamente detto:
“fé a puppéte”.
si usa nel caso di una insolvenza del debitore, o quando si riceve una bella fregatura da qualcuno.
pensiamo, per esempio, al conto della spesa che si accumula quotidianamente dalla “panettere” e a fine mese non viene pagato o agli acquisti di abbigliamento fatto a “credènze” e puntualmente non onorati, possiamo usare l’espressione anche in senso lato nel caso magari di un appuntamento mancato.
L’espressione deriva dal verbo “appuppé” ovvero piegarsi in avanti e sporgere il sedere.
L’associazione tra mostrare il didietro e l’insolvenza trae origine a partire dal Medioevo.
Infatti, in diverse zone d’Italia e sin dall’anno mille, quando il debitore insolvente o il mercante fallito veniva condannato, doveva presentarsi nella piazza al centro della città, in mutande e con la testa rasata.
Lo sciagurato, tra suoni di tromba, pernacchie, urla dei creditori e schiamazzi della gente, era costretto a mostrare a tutti il sedere e sbattere ripetutamente il culo nudo su una pietra o una lastra, pronunciando frasi di pentimento.
Da questa usanza derivano una serie di espressioni e di modi di dire quali: dare via il culo, restare in braghe di tela o sedersi con il culo per terra; tutte che stanno ad indicare difficoltà economiche.
Credo che se oggi venisse reintrodotta l’antica punizione medioevale, P.zza del Popolo sarebbe ogni giorno piena di …”cul’a pòppe”
un saluto a tutti.
forte la gogna mediatica del passato
Carissimo Seppia,
io ho riferito della versione divertente del modo di dire “fgé ‘a puppéte”. Tu invece mi hai parlato seriamente dell’origine del detto, e di questo non devo che ringraziarti.
Per imparare ogni occasione è buona, anche spiluccare la nostra rubrica che - da quando intervieni tu - non è solo frivolezze, ma pillole di saggezza.
Per quelli che si fossero messi ora all’ascolto, indico di seguito dove leggere ” ‘a puppéte” della precedente versione:
http://www.manfredoniano.com/2007/01/19/sorridiamo-sui-modi-di-dire-locali-3a-parte/
Ciao a tutti
Tonino 1939
Tonino,
resto in tema di complimenti per ringraziarti del commento che, fatto da te - vera anima del blog - è davvero molto gradito.
un saluto.
Per Jattòn e Apple:
Il modo di dire:
“Ca te vonna fe pe l’agghjia suffrìtte” (così come la sua variante: “Ca te vonna fe pe l’agghjie e pa cepòlle”) è semplicemente un eufemismo, un po’ canzonatorio. Cioè, invece di lanciare una “sendènze” (non quella del Tribunale), cioè una vera e propria maledizione, scherzosamente si rimproverava qlcn per la sua sbadataggine che causava lievi inconvenienti…
Le principali “sentenze”, quelle vere, urlate con il sangue agli occhi, erano:
· ca te vònne accìde
· ca te vònna sparé
· ca te vònn’ampènne
· ca te vònna sguarré
· ha’da jetté lu sanghe
· ha’da jetté lu sanghe da ‘ngànne
· ha’da jetté lu sanghe da ‘nganne a pezzéte
· t’ha’ da spezzé da mizze
· ha da jì alla scàveze a Sepònde
· ha da jì p’a lengua stajinüne
· n’ha’da putì cunté n’öre de böne
· t’hanna fé menózze-menózze
e così via, all’infinito, secondo l’estro e la fantasia del sentenziatore. Ora non me ne vengono altri in mente.
Ciao
Mi è venuta in mente un’altra minaccia, come per dire
-ti taglio i viveri,
-ti mettodue piedi in una scarpa
-ti tengo a stecchetto:
“T’hàgghja dé u péne ind’u cìcene e l’àcque ind’u canìstre!”
Ciao
Tonino
Ciao Tonino,cos’è u cìcene?
Risposta a Jattòn:
“‘U cìcene” è un recipiente di terracotta, panciuto, con due manici ad ansa, e la bocca stretta, dalla capacità di circa due litri e di 3 litri, usato per contenere solo acqua.
Hai presente il salvadanaio di creta? Non quello a forma di porcellino, ma l’altro, che somiglia a un caciocavallo col cul piatto…
Aveva in più due manici e non terminava a cono ma a bocca stretta. Si beveva attaccandolo alle labbra. Fra membri della stessa famiglia non si badava molto all’igiene!
Quando non c’erano i frigoriferi domestici, si usavano questi recipienti perché la traspirazione dell’acqua attraverso le sue pareti di creta(porosa) le consentiva di mantenersi fresca a lungo. Si riempivano la mattina, si bagnavano, e si appendevano all’esterno.
Nel sud Italia viene chiamata anche “gùmmula”, “cùcuma” “nsiruni” (dall’arabo zir, da cui giara)”rezzùle” (=orciuolo.
Una volta mia madre mi ha chiesto di andare al fontanino pubblico a riempire ” ‘nu cìcene” di acqua fresca. Io ero intento a giocare in strada e le ho risposto: “No, nen ce vogghje jì!” Immediatamente il “cicino” è partito come un missile: meno male che ero abilissimo e l’ho schivato. Chiaramente l’orcio si è “spasciato”, e la sera me la sono vista com mio padre…..
:-(
ah oggi ho anche sentito dire da mia madre: ù jadenére (il pollaio)
bellissimo
Si dice (ancora?): “C’jì rebbelléte ‘u jaddenére” quando qualcuno fa una chiassata o qualcosa non va secondo quanto programmato, e tutti protestano e parlano contemporaneamente. Deriva da “jaddine”, ora “jalline. Vi ricordate la doppia “dd” di cavadde,cepòdde, jaddine, furcedde, ? La parlata moderna l’ha trasformata in doppia “ll”
Con simpatia
Tonino
si si dice ancora…ceerto che si dice !
