Lezioni di dialetto - 14a puntata
Pubblicato il 20 Marzo, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa
Crìstecevènghe = Questo termine era una specie di scongiuro che si diceva subito dopo aver pronunciato il nome del Diavolo, per neutralizzare il male che il Maligno irradia al solo nominarlo. Non so se è ancora in uso.
In effetti significa “Cristo ci venga (in aiuto)”. Il diavolo viene chiamato anche “ ‘u demònje” e “ ‘a brutta bèstje” oppure “ ‘u cunnannéte” (= il condannato da Dio). Credo che quest’ultimo epiteto sia di origine Montanara. C’jì ‘ngazzéte accüme ‘nu diàvele, Cristecevènghe! Qualcuno ancora più timoroso del potere di Satana, rafforza la sua richiesta di soccorso, chiamando in causa per aiuto immediato anche la Santa Vergine: “Cristecevènghe e Marje!”
Abbunàneme = Allorquando, nel corso di una conversazione, si nominava una persona deceduta, si diceva “abbunàneme de ***” = cioè: “la buon’anima di ****” per segno di rispetto verso l’anima del defunto. Perché usavamo tanta riverenza? Perché, by my opinion, ritenendo che lo spirito della persona si trovasse alla presenza del Creatore, la nostra chiamata in causa lo avrebbe sicuramente distolto per farlo avvicinare alla vacuità delle nostre chiacchiere. Ovviamente questo non è ritenuto ammissibile perché è irriverente verso Dio. Alternativamente si poteva dire (o si dice ancora?) ‘nzijedelàneme = (Non sia dell’anima….). Vale a dire: quello che noi indegni peccatori stiamo adesso facendo, cioè nominandolo inopportunamente, non sia a detrimento dell’anima sua. Se i defunti erano volati al Cielo in tenera età si appellavano: “ ‘a benedètta nostre” o “ ‘u benedìtte nustre” senza farne il nome, tanto l’interlocutore capiva perfettamente chi era l’oggetto della conversazione. Mi sento adesso obbligato, dopo aver trattato questo tema un po’ serio, a passare ad argomento un po’ più frivolo…:
Tedeché = Solleticare, titillare. Mio padre nel giocare con me quando io ero in età pre-scolare, talvolta si divertiva a farmi il solletico sotto le ascelle per vedermi ridere. Ed io ridevo a crepapelle e mi divincolavo; lui dopo un primo “trattamento” riusciva a farmi ridere anche senza più sfiorarmi, solo con il gesto delle sue mani che si avvicinavano a me. Un ricordo bellissimo!
Colui che soffre il solletico è definito “tedecüse” intraducibile o non reso efficacemente con un “solleticoso” più riferito a un fatto che suscita interesse morboso che a una persona vulnerabile al solletico.
Cacàzze = Paura, spavento, panico, timore, terrore, tremarella, ecc. Questo sostantivo deriva dal verbo ‘ncacazzé = cioè incutere paura, e ‘ncacazzàrece = impaurirsi; nonché ‘ncacazzéte = impaurito. “Ce sime pigghjéte ‘na cacàzze!…” Al posto di ‘ncacazzàrece si può dire anche: “fàrce ‘na pezzechéte” = per la paura ci si è fatti piccoli-piccoli, ossia quanto un pizzico di pepe, sale o altro prodotto sottile. Modo di dire: ce n’jì scappéte p’a cacàzza ‘ngüle. Da non confondere con il termine successivo.
“Scacàzze”, che significa cacarella, diarrea. Sti càcchje de uagnüne, ce vànne şkitte scacazzànne! Se invece qualche adulto, nel tentativo di liberarsi dei gas intestinali, malauguratamente ( ‘nziamé = jamais, salvo ognuno), si sporca lo slip, per minimizzare il danno, eufemisticamente si dice:“c’jì zelléte ‘u mutànde”. Nel caso la “zelléte” fosse più sostanziosa, esplicitamente si dice che “c’jì cachéte sòtte!” Siamo seri!
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“Sfrechè” = Scocciare.
“Sfruculiè” = Scocciare in maniera scherzosa.
non è con la e acuta sfreché ?
credo di si…..dovremmo chiedere a Tonino.
Tonino ????
Avete ragione sfreché vuole l’accento acuto,se no è alla montanara…e cosi anche sfuculié…
ho una curiosità per un modo di dire che sentivo dai miei nonni e dai miei genitori…
‘u bbon jè km a jocce’ e anche ‘l’jè vnt a jocce’
ma che cos’è stà jocce???
la “jòcce” è un malore improvviso, un colpo apoplettico, ovvero un blocco delle funzioni cerebrali.
Siccome tra i sintomi di tale accidente possono esserci anche la perdita della parola o il blocco del respiro, l’espressione viene usata anche quando una persona cambia improvvisamente d’umore: “l’i vvenute na jòcce”.
La parola deriva dall’antico “mal di goccia” o “accidente di gocciola” termini che nella scuola medica del ‘600 indicavano l’attacco apoplettico che si riteneva causato da una goccia di un qualche fluido del corpo che cadeva nel cuore.
Anche oggi, quando per un’improvvisa arrabbiatura, un’attacco di ira ci fa perdere il controllo rischiando di farci venire un’accidente usiamo l’espressione “la goccia che fa traboccare il vaso”.
un saluto.
Recentemente ho sentito dire “‘nzijedelàneme ” riferito non a una persona DECEDUTA , ma a un’epoca trascorsa o a uno stato di benessere ormai passati: “Quann’jèveme giuvene, ‘nziedelaneme, stemme abballé tutte la notte!”
BUONA PASQUA A TUTTI