Usi e costumi a Manfredonia - 1a parte
Pubblicato il 31 Marzo, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa.
PARTE PRIMA (gennaio giugno)
Nel secolo scorso sicuramente c’era più devozione e semplicità in tutti i gesti della vita quotidiana, che era cadenzata dalla Liturgia cattolica per tutto il corso dell’anno.
Mio padre diceva che il Capodanno non si festeggiava affatto. Da quando sono arrivate a Manfredonia le truppe degli Alleati Americani, sono cominciate le follie. Un soldato americano mezzo ubriaco ha tirato con la sua pistola da guerra, il 31 dicembre forse del 1945, un proiettile contro il quadrante di vetro dell’orologio che sovrastava la chiesa di San Domenico, centrandolo in pieno. Sarebbe stato meglio se il soldato fosse stato ubriaco del tutto, così mancandolo, lo avrebbe risparmiato. Comunque il quadrante frantumato fu sostituito con uno di marmo e poi definitivamente rimosso, con tutto l’orologio, quando fu rifatta la parete della facciata.
Il ciclo delle ricorrenza aveva inizio il 17 Gennaio, (Sant’Andùnje, maşkere e sùne) con i riti di Carnevale, di cui ha già parlato benissimo il caro Giovanni Castriotta. Da quella data ci si mascherava e si ballava ogni giovedì sera fino al Carnevale con l’orchestrina dove possibile, o anche con qualche grammofono a manovella.
.
La Quaresima era sentita da tutti, Addirittura in quel periodo penitenziale le macellerie aprivano solo una volta alla settimana (anche perché poche famiglie potevano permettersi di acquistare più spesso la carne durante il corso dell’anno).
La Domenica delle Palme, per tradizione, la futura suocera, in segno di pace, regalava alla futura nuora, invitata a pranzo, un paio d’orecchini, o un anello o un altro oggetto d’oro. Subito il giorno appresso iniziava la Settimana Santa. Le mamme andavano tutte le sere nella Chiesa, per la preparazione della Pasqua. Il Giovedì Santo ogni Parrocchia preparava il “Sepolcro”, con grano germogliato al buio, fiori, e lumini, per la Funzione serale della lavanda dei piedi.
I fedeli usciti al termine della cerimonia, visitavano le altre chiese, fino a notte alta, a gruppetti o alla spicciolata.
Le statue nelle Chiese, per l’imminente morte di Gesù, venivano tutte coperte da un orribile panno viola, a simboleggiare dolore e lutto. Le campane tacevano (ce so’ attacchéte i cambéne) per tre giorni, fino al mezzogiorno della Domenica.
Il Venerdì Santo, dopo la funzione pomeridiana, iniziava la processione del Cristo morto, ed era veramente commovente l’incontro della statua di Gesù morto e di quella di sua Madre l’Addolorata che arrivava da un altro percorso. Le mamme che seguivano la processione si immedesimavano e piangevano e si lamentavano come se davvero avessero incontrato il loro figlio assassinato. Ecco perché dico che i nostri predecessori erano più semplici e più devoti. Forse la religione presso i nostri nonni non era solo sentimento, ma fede vera. Ricordare queste cose mi fa un certo effetto. Io voglio apparire di scorza dura, ma in fondo non lo sono.
Superstizione mista alla religione:
Veseté i Sebbóleche
L’usanza popolare imponeva la visita alle Chiese con i sepolcri (addobbati con grano germogliato e con fiori) inspiegabilmente e tassativamente in numero dispari.
Nen ce jöche p’a cànne !
Non si doveva mai colpire qualcuno in testa con una canna, nemmeno accidentalmente, perché Cristo stesso fu percosso con una canna (Mc, 15,19), e perciò era irriverente solo immaginare un accostamento blasfemo.
La caccéte du diavele
Rito tribale e pagano che avveniva chiassosamente al mezzogiorno della Domenica di Pasqua, al primo rintocco delle campane che “ce assògghjene” dopo tre giorni di silenzio, per annunciare la Resurrezione. Nei tre giorni precedenti in cui le campane tacevano, si erano raccolti barattoli di latta, pentole vecchie, cassette di legno, campanacci, ecc. e si legavano a catena con una funicella. A mezzogiorno di Pasqua qualcuno (anche adulto) urlando e correndo per le strade come un invasato “Ahaaaaaaaaaaah!” trainava le latte. Frotte di ragazzini lo inseguivano, gridavano al Diavolo: ”vattìnne, vattiì” e sferravano randellate su quella ferraglia in movimento che, sfregando contro le chianche e colpita dalle ripetute e continue bastonate, produceva un fracasso veramente assordante. Questo rito liberatorio, nella semplicità del gesto, serviva a mandar via il Maligno, causa delle avversità che avevano colpito la propria famiglia.
Con il Concilio Vaticano II - che giustamente riportò il momento della Resurrezione alla mezzanotte del sabato - quest’usanza è scomparsa. Ho saputo tuttavia che qualche adulto dalle tradizioni integraliste, alla mezzanotte del Sabato Santo (in casa propria e non per strada), ha continuato a fare la sua “Cacciata del Diavolo” in privato con dei rumori ridotti al minimo, come se casualmente fosse caduto un oggetto qualsiasi, per non far allarmare i vicini di casa.
Dopo Pasqua. le Domeniche cosiddette “del tempo ordinario” si susseguivano fino all’approssimarsi della Festa Grande.
Proverbio in attesa della primavera dopo un lungo inverno:
Quann’arrive ‘a Canelöre (Candelora-2 febbraio)
dallu virne stéme före!
Arrespònne ‘u surgetille :
«Hamme passéte mizze virnecille ».
Arrespònne ‘a vecchje arraggéte:
« Aspettéme l’Annunzjéte !». (Annunciazione-25 marzo)
Vù jèsse cchjù secüre ?
Quànn’ ascènnene ‘i metetüre ! (cioè i mietitori, giugno)
2 Risposte a “Usi e costumi a Manfredonia - 1a parte”
- 1 Pingback on Mag 12th, 2008 alle 16:28
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Che bel racconto. Complimenti a Tonino.
Certo, prima c´era molta piu` semplicita` e devozione.
Pace a tutti da Maria.