Usi e costumi a Manfredonia - 2a parte
Pubblicato il 6 Aprile, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa
PARTE SECONDA (luglio-dicembre)
La raccolta del frumento
Da fine giugno molti lavoratori - anche pescatori, falegnami, sellai, o di altri mestieri - venivano reclutati per la raccolta e la trebbiatura del grano (‘u staggiöne de l’arje). Dapprima si mieteva il grano (a mano quando il campo non era molto esteso), con la mietitrice meccanica trainata dai cavalli quando la morfologia del terreno lo consentiva. Tutti i covoni sparsi per il campo erano raccolti su grossi carri (u carretöne), trasferiti dai carrettieri ed ammassati sull’aia. In un secondo momento, quando tutto il campo era stato falciato, si trebbiava con la macchina fissa. Mio padre, meccanico agricolo, badava soltanto a due cose: al buon funzionamento del locomobile a vapore, e al regolare andamento della trebbia. Se queste macchine si fermavano, i datori di lavorii dovevano pagare ugualmente la giornata a tutta mano d’opera assunta. Per questa sua speciale mansione di responsabilità papà aveva il privilegio di mangiare a mensa con i Proprietari terrieri che lo avevano ingaggiato. Gli altri lavoratori facevano un break a mezzogiorno con pane e pomodoro, cetrioli, cipolla cruda, ecc., ma a fine giornata accendevano dei fuochi sull’aia e si cuocevano una minestra, a gruppi. C’erano anche le donne lavoratrici che si davano da fare a preparare la pappa. Dopo cena, spesso alcuni operai sfoderavano un clarinetto, una chitarra, una fisarmonica. Si suonava, si cantava e si ballava. Non so chi gli dava tanta forza dopo una massacrante giornata di fatica sotto il sole…
Altre figure di lavoratori agricoli stagionali: pagghjarüle, metaiùle, alemèndatöre, fuchìste, carrettjire.
U pagghjarüle, con l’aiuto di un cavallo opportunamente bardato, per tutto il giorno raccoglieva la paglia che usciva dal retro della trebbia. e la portava su un altro spiazzo con la valanzïne (detta pure ‘a marenére). La valanzïne (bilancina) era un paletto di legno di circa un metro, dalle cui due estremità partivano due lunghe funi che si collegavano al basto del cavallo. Il pagghjarüle si reggeva alle redini del cavallo, e in piedi con i tacchi contro il paletto passava lentamente nella paglia espulsa dalla trebbia. Un po’ come si fa con lo sci d’acqua dietro al motoscafo..La paglia si fermava contro le sue gambe e man mano che lui avanzava, trainato a strascico dal cavallo, gli si accumulava contro le gambe fino all’altezza della vita. La trasportava al metaiùle e ritornava a fare, dieci, cento viaggi, fino a sera.
Successivamente, con la meccanizzazione, la paglia arrivava direttamente agli operai del punto 2. (vedi foto, dov’è mostrato anche l’elevatore di cui al punto 3.)
‘U metaiùle, o metarüle con alcuni collaboratori, tutti abilissimi, ammassavano con dei forconi la paglia in una crescente costruzione (la möte d’a pàgghje = bica, covone) alta, quanto un edificio di tre piani, squadrata, bella, precisa, che resisteva compatta alle ingiurie delle intemperie. Questa paglia ammassata costituiva la riserva alimentare destinata alle bestie da soma e doveva bastare per tutto l’anno.
L’alemèndatöre (=alimentatore) aveva il compito di tagliare il legaccio delle fascine di grano (i manùcchje) e immettere manualmente le spighe dentro la trebbia. Quando la trebbia si alimentava a mano, l’alimentatore si poneva sul tetto della macchina, e le fascine gli erano passate in punta di forcone. Poi hanno inventato una specie di sollevatore costituita da una canaletta a nastro azionata da cinghia collegata alla trebbia stessa. Poiché non chiedeva una forza da carrettieri, hanno adibito all’alimentazione della trebbia delle donne, le quali con un coltellino recidevano il filo, buttavano le spighe a terra e le accompagnavano con una forca sul nastro elevatore, che partiva dal suolo, come se usassero una scopa.
‘U fuchiste (=fuochista) doveva solo alimentare con la paglia il locomobile a vapore il quale muoveva, con un sistema di trasmissione a cinghia, tutto il meccanismo della trebbia. I locomobili a vapore, di fattura inglese, erano stati creati per bruciare carbone su una griglia metallica. I nostri ingegnosi meccanici avevano stabilito che, con un fornello in muratura costruito in opera, si poteva ottenere lo stesso risultato (cioè il riscaldamento dell’acqua per la produzione del vapore) bruciando semplicemente quell’ abbondantissima paglia disponibile!
Il lavoro di tutta questa gente durava un mese e anche di più. La paga giornaliera pattuita era integrata da mezzo litro di vino e mezzo chilo di pane a testa. A fine stagione ogni operaio portava a casa un quintale di grano. Quindi una parte della retribuzione era fatta in natura. Se qualcuno voleva più di mezzo litro di vino perché di stomaco forte, se lo pagava a parte, e gli veniva defalcato “quanne jèvene a fé ‘i cunte”. Un quintale di grano in casa rappresentava una graditissima e vitale scorta alimentare, e serviva principalmente a fare il pane e la pasta di casa (recchjetèlle e ndurce) per un anno intero e le pèttole a Natale..
Tutti questi mestieri sono spariti. Ora con una moderna mietitrebbia si pulisce un campo intero in solo due giorni.
Al termine d‘u staggiöne de l’arje, tutti i lavoratori tornavano ai propri mestieri e attendevano con ansia ‘a Festa ‘a Madonne, la festa grande!
La Festa patronale
Nel mese di agosto, ogni sabato mattina c’era un rito a Siponto, nella Basilica di Santa Maria Maggiore, con la recita del Rosario, in preparazione della Festa. Il banditore già dal venerdì annunciava: “Fratèlle e surèlle! Javezàteve sòbbete ca so’ ccumenzéte li sàbbete alla Madònne!”. Non c’era ancora il servizio di trasporto pubblico, e Siponto si poteva raggiungere solo a piedi o con il treno delle 7:20. Qualcuno ci andava in bicicletta. Qualche gruppetto di sartine prendeva il taxi ( cioè una carrozzella a noleggio, di quelle in fila all’arrivo del treno).
Il giorno 28 la folla si radunava alla Porta di Foggia. Poi in processione, con il Capitolo Diocesano, suore, preti, monaci e orfanelli, pregando devotamente si raggiungeva la Basilica. Qui il vescovo presiedeva la solenne Messa Pontificale. Poi si prendeva l’antico quadro della Madonna per trasferirlo a spalla fino in Cattedrale,
La sacra icona restava nel duomo per tutta la durata della Festa. Il giorno 31, allora come ai giorni nostri, veniva portato in solenne Processione per le strade dell’abitato.
Si dice che Monsignore Arcivescovo la custodisse nella sua stanza del Palazzo Arcivescovile per qualche giorno, prima che venisse riportata a Siponto con un’altra processione. Dopo il veto delle Autorità ( Sovrintendenza alle Belle Arti e Pubblica Sicurezza), al fine di evitare distacco di colore e danneggiamenti all’Icona, ed anche per evitare furti su commissioni ad opere d’arte (com’era accaduto per il quadro della Madonna di Pulsano), l’immagine della nostra Madonna è rimasta a Manfredonia.
Tutta la cornice attorno alla Festa era come adesso. Ovviamente in scala ridotta! Illuminazione (l’archéte), le giostre, le bancarelle….Ricordo che era importande comprare le noccioline e il torrone (‘a cupöte). Vicino al Bar delle Rose si piazzava un ambulante che vendeva la mortadella a basso prezzo, e c’era sempre tanta folla! Una volta tanto non si badava alla lira…
Ognissanti e commemorazione dei defunti
Sul nostro blog si è gia parlato di queste ricorrenze. Andate a guardare i post precedenti:
Le tradizioni del giorno di ognissanti
Come eravamo, la festa di ognissanti
Avvento
Con la festa di Cristo Re, a fine Novembre, terminava l’Anno liturgico ordinario e cominciava il periodo dell’Avvento. Questo periodo era molto intenso e sentito. Si contavano i giorni mancanti al Natale già dal 30 Novembre, ricorrenza di S.Andrea (Sant’Andröje, a Natéle vindisöje). Subito dopo c’era la ricorrenza dell’Immacolata Concezione (8 dicembre), (Sanda Cungètte a Natéle diciassètte) e quella di Santa Lucia (Sanda Lucjüje, a Natéle ‘a tredicjüne). Tutte le ricorrenze richiedevamo il tradizionale falò alla vigilia.
Natale era ed è una festa grande. Ricordo il monumentale presepio che preparavano i frati francescani nella Chiesa di Santa Maria delle Grazie.
Botte e tric-trac si sparavano anche allora, ma certamente non erano così diffusi come ai giorni nostri. Le esigenze erano quelle primarie: mangiare, vestirsi, scaldarsi…il resto poteva aspettare! I petardi erano di fabbricazione del pirotecnico locale (‘u spara-pizze). Le tradizioni religiose erano contornate da quelle di carattere gastronomiche; guardate questi post:
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