Lezioni di dialetto - 15a puntata
Pubblicato il 14 Aprile, 2007 in Cultura, Lezioni di dialettoA cura di Tonino Racioppa.
Screscetöre (sf) = Strascico doloroso, molto spesso accompagnato da tumefazioni o gonfiori lungo i muscoli e i tendini, dovuti a traumi o a ferite. ‘Me sò jüte a teréje ‘nu dènte, e mò tenghe ‘na screscetöre fin’ a ‘ngànne (= sono andato a cavarmi un dente, ed ora ho uno strascico doloroso che si propaga a partire dalla mandibola fino all’attaccatura della testa, lungo la carotide). Scusate la traduzione un po’ elaborata….Il bello del dialetto è proprio questo: l’estrema sintesi di un concetto che non sempre trova il termine corrispondente in lingua italiana.
Stizzeché (vi) = Altro esempio della stringatezza del dialetto. Verbo intraducibile se non con una circonlocuzione: significa che piove una goccia ogni tanto, non intensamente. Si potrebbe tradurre con: “piove di rado” (ma è ambiguo, può significare che piove raramente, ogni sei mesi, come nel deserto di Sahel); oppure con: “piove fino fino” (incerto: può intendersi riferito alla dimensione delle gocce, non alla loro intensità). -Giuà, guarde ‘nu pöche före, che fé ‘u timbe, chjöve? -No, stezzecöje .
Frevógghje (o sfrevógghje) (sm) = Briciole di pane, o di cibo in genere. Quelle cadute sulla tovaglia erano accuratamente raccolte: non si poteva sprecare nulla! Mattöje, papà, v’accàtte quatte sòlde de frevógghje de frummagge. Era la frugale cena con un po’ di pane e olive, di tutta la famiglia. Se un pezzo di pane cadeva per terra, si raccoglieva, e si baciava prima di mangiarlo, perché il pane era considerato benedetto, “grazia di Dio”. Ora il pane del giorno prima è considerato troppo vecchio, e il formaggio si compra a confezioni-famiglia, e si butta entro tre giorni, dopo aver tagliato magari una sola porzione, perché si è stufi della stessa cosa.
Fazzatöre (sf) = Madia, specie di cassa come un grosso tiretto, di comò, con o senza coperchio, nella quale si impastava il pane, si lasciava a lievitare, e vi si riponeva una volta cotto.
Papàgne (sf) = Papavero. Precisamente erano così chiamati i semi del papavero, perché il fiore (in italiano detto anche ‘rosolaccio’) era chiamato “şkàcche” o “şkàppe” o “şkòppe”). L’ infuso di semi del papavero in acqua calda e zucchero, era somministrato ai lattanti irrequieti che non volevano prendere sonno, come una semplice camomilla soporifera. In pratica i poveri bambini erano “drogati” dalla papaverina, un oppiaceo che si trova nella pianta del papavero! Volevo vedere se non si addormentavano con quella sostanza in corpo!! Quando qualche adulto “cascava” dal sonno diceva: “me sté venènne ‘a papàgne”. Quando ha fatto un sonnellino: Me so’ appapagnéte.
Tenì ‘a … (vt) = Avvertire stimoli di…. (fame, sete, sonno, o sentire gli stimoli per i bisogni corporali). Si dice tuttora: me töne ‘a féme, me töne ‘a sùnne, me töne ‘a söte, me töne ‘a pescé, me töne ‘a caché (scusate questi ultimi due esempi). Quando si sente freddo, o caldo si dice: me fé fredde; me fé càvete. Le generazioni attuali dicono “sende frìdde, sènde càlde” ma è un dialetto un po’ snaturato.
Grunghelé (o Grunnelé) = Russare fragorosamente. Etimo sconosciuto, forse onomatopeico (gru-gru-gru). Mia moglie chiese al medico di famiglia se poteva dare a me un rimedio efficace contro il mio assordante concerto notturno. Questa la risposta immediata del nostro dottore: “Signö, şkàffele ‘na stambéte!”. Due sono i casi: o davvero non esiste rimedio, oppure il nostro amico non è aggiornato. In effetti il cerotto sul mio naso non è servito a niente, e mia moglie si alza con le occhiaie sempre più marcate. … Ragazzi, è un problema che non va preso sottogamba: rischiamo il divorzio dopo 42 anni di matrimonio felice!
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Tonino hai mai sentito dire?; Uàglio che timbe feje? Stizzecazzecoje!
Vabbè, quello era uno sfottò. Stizze-cazze-cöje….
Come quell’altro sfottò: Addjì ca t’abbije senza’mbrelle? ‘U vide capocchjöve? (invece di ca-pöte-chjöve.
Per restare in tema di briciole:
I “sprevelìcchie” = Quando mio padre andava a scuola,passava un tizzio che vendeva delle briciole in cono di carta,queste erano chiamate i “sprevelìcchie”. Questo signore la mattina presto faceva il giro dei bar e delle pasticcerie,raccoglieva tutte le briciole avanzate nei vassoi dei dolci e delle paste e li vendeva ai ragazzi davanti alle scuole in un cono di carta. Per mio padre erano una leccornìa….
Restando nel tema del sonno:
Mio padre quando si sente stanco si fa na “Scapezzét” o “scapezzòne”,a seconda della durata del riposo. E quando si sveglia mia madre gli dice :”t’ha fatte na bella panzét de sùnne”
Non per contestare - non sia mai - ma mi sembra di ricordare “sprevelìgghje” (come “cucuigghje”=conchiglie)e non ’sprevelìcchje’. Urge conforto di Mambredonje di Seppia e/o di quelli che hanno memoria lunga. Non credo che questo termine venga più usato.
La “scapezzéte” avviene quando qualcuno non regge alla veglia, e la testa (’a chépe, il capo) “crolla” in avanti improvvisamente, salvo a riaprire gli occhi faticosamente, fino alla prossima “scapezzéte” dopo pochi minuti…
La “panzéte” di sonno, sinonimo di “trippéte” significa ” ‘na sazziéte”. Cioè, beato lui, qlcn ha dormito saporitamente e a lungo.
Alla prossima lezione.